Le undicimila verghe

Pubblicato da Orizzonti Sconosciuti il

di Guillaume Apollinaire

Premessa

Scritto da uno dei massimi poeti francesi del Novecento, Guillaume Apollinaire, e pubblicato clandestinamente nel 1906, il romanzo è la storia scatenata di un “viaggio erotico” di un principe rumeno da Bucarest a Parigi, poi in tutta Europa e infine a Port Arthur in Cina.

Il vagabondaggio del protagonista è puntellato da scene estremamente crude, in cui trovano modo di essere rappresentate preferenze di ogni tipo: saffiche, feticiste, ipersessualità, pederastiche, sodomia, onanismo, voyeurismo, feticismo, sadomasochismo, pedofilia, gerontofilia, zoofilia, coprofilia, necrofilia, orge, stupri e omicidi.

Un grande libro erotico della prima metà del Novecento che è anche una voluta parodia dei romanzi erotici popolari dell’epoca, sempre ambientati su treni, a bordo di transatlantici, in esclusive località climatiche e che avevano per protagonisti principi, conti e nobili russi.

Certamente scandaloso per l’efferatezza delle scene descritte, dove non è certo difficile scorgere l’influenza della letteratura libertina settecentesca, con de Sade in testa – grande maestro nascosto della letteratura popolare europea fino al Decadentismo –, questo libro resta a buon diritto uno dei più importanti della letteratura erotica mondiale.

Il tutto condito in salsa rabelaisiana, ovvero in modo volutamente esagerato, ironico e grottesco.

Il romanzo ridicolizza la società del tempo, ed è un peccato che i riferimenti a personaggi realmente esistiti si siano persi, perché ne costituivano sicuramente uno degli aspetti più divertenti e godibili. Non ci è più consentito di riconoscere nel romanzo dietro i tratti caricaturali, la gran dama, lo spocchioso seduttore, la vecchia snob, la star del momento, la checca isterica. Non sfuggono invece gli sberleffi di Apollinaire ai simbolisti, e ai valori più diffusi del moralismo cattolico: il titolo gioca infatti, provocatoriamente, con l’assonanza che esiste nella lingua francese tra verge (“verga”) e vierge (“vergine”), e il numero undicimila, come le vergini della leggenda di Sant’Orsola, che scelsero il martirio invece di assecondare le smanie di sesso di un esercito di Unni.

Guillaume Apollinaire fu figlio naturale di un ufficiale italiano (forse l’aristocratico Francesco Flugi d’Aspermont) e di una nobildonna polacca, Angelica Kostrowicka.

Guillaume Apollinaire si trasferì in Francia ancora adolescente, scegliendo dal 1908 Parigi come sua patria adottiva; proprio nella capitale, grazie al legame sentimentale con Marie Laurencin, entrò in contatto con gli ambienti artistici d’avanguardia e con eminenti personalità quali Maurice de Vlaminck, André Derain, Pablo Picasso, Georges Braque, Henri Matisse.

L’interesse per il moderno lo portò a sostenere anche il futurismo di Filippo Tommaso Marinetti e la pittura metafisica di Giorgio De Chirico.

Il 1910 inaugurò la vita letteraria del trentenne Guillaume con i sedici racconti fantastici intitolati L’eresiarca & C., mentre nel 1911 pubblicò le poesie di Bestiario o corteggio di Orfeo e nel 1913 Alcools, raccolta delle migliori poesie composte fra il 1898 e il 1912. Quest’opera rinnovò profondamente la letteratura francese, ed è oggi considerata il capolavoro di Apollinaire insieme con Calligrammes (1918).

Per quanto riguarda la prosa si può ricordare Il poeta assassinato (1916), raccolta di novelle e racconti che si articolano tra l’epico e l’autobiografico, ispirati alle esperienze sul fronte francese della Grande Guerra, dove combatté col grado di sottotenente e venne ferito; e il dramma Les mammelles de Thyrésia (scritto nel 1903 e pubblicato pressoché postumo nel 1918), nell’introduzione del quale per la prima volta compare la definizione di un’opera surrealista.

Morì di influenza spagnola il 9 novembre 1918, in un desolato attico parigino; venne sepolto insieme a tanti altri nomi illustri nel cimitero di Père Lachaise.

Capitolo primo

Bucarest è una bella città in cui si direbbe che Oriente e Occidente giungano a confondersi.

Da un punto di vista puramente geografico si è ancora in Europa; ma si è già in Asia rispetto a certe usanze del paese, ai turchi, ai serbi e alle altre razze macedoni di cui si possono scorgere, nelle strade, pittoreschi esemplari. Tuttavia è un paese latino; i soldati romani che lo colonizzarono avevano senza dubbio il pensiero costantemente rivolto a Roma, allora capitale del mondo e capoluogo di tutte le raffinatezze.

Questa nostalgia dell’Occidente si è trasmessa ai loro discendenti: i rumeni pensano sempre a una città in cui il lusso è naturale e la vita è allegra. Ma Roma è decaduta dal suo splendore, la regina delle città ha ceduto la sua corona a Parigi e, fatto sorprendente, il pensiero dei rumeni, per un fenomeno atavico, è di continuo rivolto verso Parigi, che ha così ben rimpiazzato Roma alla testa dell’Universo!

Come tutti gli altri rumeni, il bel principe Vibescu sognava Parigi, la Ville Lumière, dove le donne, tutte belle, son pure tutte di coscia leggera.

Mentre era ancora al collegio di Bucarest, gli bastava pensare a una parigina, alla Parigina, per rizzare ed essere costretto a menarselo lentamente e con beatitudine. Più tardi si era scaricato nelle fiche e nei culi di tante deliziose rumene. Ma, se ne rendeva ben conto, gli ci voleva una parigina.

Mony Vibescu apparteneva a una famiglia molto ricca. Il bisnonno era stato hospodar, titolo che in Francia corrisponde a quello di sottoprefetto. Ma questa carica era stata trasmessa come onorificenza a tutta la famiglia, sicché il nonno e il padre di Mony avevano entrambi portato il titolo di hospodar. Anche Mony Vibescu aveva dovuto fregiarsene, in onore del suo avo.

Ma aveva letto abbastanza romanzi francesi da farsi beffe dei sottoprefetti: «Figuriamoci», diceva, «non è forse ridicolo farsi chiamare sottoprefetto perché lo è stato un vostro avo? Via, è grottesco!». E per esser meno grottesco aveva sostituito il titolo di hospodar, sottoprefetto, con quello di principe.

«Ecco», esclamava, «un titolo che si può trasmettere per via ereditaria.

Hospodar distingue una funzione amministrativa, ma è giusto che chi si è segnalato nell’amministrazione abbia il diritto di portare un titolo. Io mi nobilito. In fondo sono un capostipite. I miei figli e i miei nipoti me ne saranno grati».

Il principe Vibescu era amico intimo del viceconsole di Serbia: Bandi Fornoski, il quale, a quanto si diceva in città, non disdegnava mai d’inculare il fascinoso Mony. Un giorno il principe si vestì con eleganza e si diresse verso il viceconsolato di Serbia. Per la strada tutti lo guardavano e le donne se lo mangiavano con gli occhi dicendo fra sé: «Che aria parigina!».

In effetti, il principe Vibescu camminava come a Bucarest si crede che camminino i parigini, cioè con passetti frettolosi e sculettando. Che favola! E quando un uomo cammina a Bucarest in quel modo non vi è una sola donna che gli resista, fosse pure la moglie del primo ministro.

Giunto presso la porta del viceconsolato di Serbia, Mony orinò a lungo contro la facciata, quindi suonò.

Un albanese in sottanella bianca gli venne ad aprire. Velocemente il principe Vibescu salì al primo piano.

Il viceconsole Bandi Fornoski se ne stava tutto nudo nel suo salotto. Era sdraiato su di un soffice sofà, con la lancia in resta; e vicino a lui c’era Mira, una bruna montenegrina che gli titillava i testicoli.

Anch’ella era nuda, e la posizione in cui stava chinata faceva risaltare un culo ben tornito, bruno e serico, e la cui pelle fine era tesa fin quasi a spaccarsi. Le due chiappe erano divise da una riga ben netta e nera di peli, da cui si vedeva il buco proibito, tondo come una pastiglia. Al di sotto si allungavano le due cosce, lunghe e nervose, e poiché la posizione costringeva Mira ad allargarle, si poteva scorgere una vulva gonfia e spessa, con lo spacco in evidenza ombreggiato da una folta criniera tutta nera.

Costei non si scompose affatto per l’arrivo di Mony.

In un altro angolo, su di un canapè, due belle figliole dal gran culo si palpeggiavano lanciando dei piccoli «ah!» di voluttà. Mony si sbarazzò rapidamente dei vestiti, poi, con l’uccello in aria, ben ritto, si precipitò sulle due porcellone cercando di separarle. Ma le sue mani scivolavano su quei corpi sudati e lucidi che si torcevano come serpenti. Allora, vedendole schiumanti di voluttà e furioso di non poterle dividere, si mise a schiaffeggiare il grande culo bianco che si trovava alla sua portata. Ma poiché la cosa sembrava eccitarne ancor più la proprietaria, egli si mise a picchiare con tutte le sue forze, finché il dolore prevalse sul piacere e la giovane, il cui prezioso culo bianco Mony aveva reso color della rosa, si alzò esclamando piena di rabbia:

«Maiale, principe degli inculati, non rompere, non vogliamo saperne del tuo grosso cazzo. Va’ a dare il tuo zuccherino a Mira. Lasciaci fare l’amore. Giusto, Zulmé?»

«Certo Toné!», rispose l’altra ragazza.

Il principe brandì il suo enorme arnese gridando: «Ma come, giovani sporcaccioni, sempre a passarvi la mano nel didietro!».

Poi ne afferrò una e voleva baciarla sulla bocca. Era Toné, una graziosa bruna il cui corpo tutto bianco aveva, nei punti nevralgici, dei seducenti nei che ne esaltavano il candore; anche il suo viso era pallido, e un neo sulla guancia sinistra rendeva ancor più stuzzicante l’aspetto di quella graziosa. Il suo petto era ornato da due superbi seni duri come il marmo, cerchiati di blu e sormontati da fragoline rosa tenero, il destro deliziosamente segnato da un neo messo lì come una mosca, una mosca assassina.

Mony Vibescu, afferrandola, aveva passato le mani sotto il suo gran culo, che sembrava un bel melone germogliato al sole di mezzanotte, tanto era bianco e pieno. Ognuna delle sue chiappe pareva tagliata in un blocco di Carrara senza alcun difetto e le cosce che ne scendevano erano tornite come le colonne di un tempio greco. Ma che differenza! Le cosce erano tiepide e le chiappe, invece, fredde, il che è un segno di buona salute. La sculacciata le aveva rese leggermente rosee, al punto che quasi potevano sembrar fatte di crema ai lamponi.

Questa vista eccitò al parossismo il povero Vibescu. La sua bocca suggeva a turno le dure tette di Toné, e posandosi sul collo o sulla spalla vi lasciava dei succhioni. Le sue mani tenevano saldamente quel gran culo saldo come un’anguria soda e polposa. Palpava quelle chiappe regali e aveva insinuato l’indice nel buco del culo, d’una strettezza ammirevole. Il suo grosso palo, che rizzava sempre di più, batteva sulla breccia di un’incantevole fica di corallo adorna di un vello nero lucente. Lei gli gridava in rumeno: «No, non me lo infilerai!», e intanto dimenava le belle cosce tornite e grassottelle.

Il grosso cazzo di Mony aveva ormai, con la sua rossa testa infiammata, sfiorato l’umido antro di Toné. Costei si agitò ancora, ma così facendo lanciò un peto, non un peto volgare, ma un peto dal suono cristallino che le provocò un riso violento e nervoso. La sua resistenza venne meno, le cosce si aprirono e il grosso ordigno di Mony aveva già nascosto la testa nell’antro quando Zulmé, amica di Toné e sua compagna di sollazzi, si impadronì bruscamente dei coglioni di Mony, e, strizzandoli nella manina, gli provocò un dolore tale che il cazzo fumante uscì dal suo ricettacolo con gran disappunto di Toné, che stava già dimenando il suo grosso culo sotto la vita sottile.

Zulmé era una bionda dalla folta capigliatura che le scendeva fino alle caviglie. Era più piccola di Toné, ma per grazia e sveltezza non le era da meno. I suoi occhi erano neri e bistrati. Non appena ebbe lasciato i coglioni del principe, costui le si gettò addosso esclamando: «Ebbene, pagherai per Toné!». Poi, afferrandole una graziosa mammella, cominciò a succhiarne la punta.

Zulmé si contorceva. Per provocare Mony faceva ruotare e ondeggiare il ventre in fondo al quale danzava una deliziosa barbetta bionda e riccioluta. Al tempo stesso spingeva verso l’alto la sua graziosa fica che fendeva il monte di Venere paffuto. Fra quelle rosee labbra guizzava un clitoride piuttosto lungo, prova delle sue abitudini tribadiche. Il cazzo del principe cercava invano di penetrare nell’antro. Infine impugnò le chiappe e stava per entrare, ma proprio allora Toné, indispettita di esser stata privata della scarica di quel cazzo superbo, si mise a solleticare con una piuma di pavone i talloni del giovane. Costui si mise a ridere e a dimenarsi. E la piuma continuava a solleticarlo; dai talloni era salita alle cosce, all’inguine, al cazzo che rapidamente disarmò.

Le due monelle Toné e Zulmé, compiaciute del giochetto, risero un poco, poi, rosse e ansimanti, ripresero le loro manovre abbracciandosi e leccandosi davanti al principe rimasto mogio e stupefatto. I loro culi si alzavano in cadenza, i loro peli si mescolavano, i loro denti sbattevano gli uni contro gli altri, i loro seni di seta, sodi e palpitanti, si strofinavano a vicenda. Infine, stordite e gementi di voluttà, vennero entrambe, mentre il principe ricominciava a eccitarsi. Ma vedendole ambedue così sfinite dai loro traffici, egli si rivolse verso Mira che continuava ad armeggiare col cazzo del viceconsole.

Vibescu si avvicinò pian piano e facendo passare il suo bel cazzo tra le grosse chiappe di Mira, lo insinuò nella fica socchiusa e umida della giovane che, non appena sentì quella testa che la penetrava, diede un colpo di reni che fece entrare anche il resto. Poi continuò i suoi movimenti disordinati, mentre con una mano il principe le accarezzava il clitoride e con l’altra le vellicava le tette.

Quel movimento di va-e-vieni nella fica ben serrata sembrava causare un vivo piacere a Mira, e lo dimostrava lanciando grida di voluttà. Il ventre di Vibescu sbatteva contro il culo di Mira, la cui freschezza dava al principe una sensazione altrettanto piacevole di quella causata alla giovane dal calore del ventre di lui. Ben presto i movimenti divennero più vivaci e più bruschi; il principe si faceva sempre più addosso a Mira che ansimava stringendo le chiappe. Il principe le morse la spalla e la tenne così. Lei gridava:

«Ah! Che bello… resta… più forte… più forte… tieni, tieni, prendimi tutta. Inondami, sfondami… Tieni… Tieni… Tieni».

E si accasciarono in un orgasmo comune restando per un momento annientati. Toné e Zulmé allacciate sul canapè li guardavano ridendo. Il viceconsole di Serbia aveva acceso una sottile sigaretta di tabacco orientale.

Non appena Mony si fu rialzato gli disse: «Adesso, caro principe, è il mio turno; ho atteso il tuo arrivo ed è per questo che me lo son fatto menare da Mira, ma ti ho riservato il meglio. Vieni mio dolce cuore, mio bel culetto, vieni! Che te lo metto».

Vibescu lo studiò per un istante, poi, sputando sul membro che il viceconsole gli presentava, proferì le seguenti parole: «Ne ho abbastanza di farti da ganza, tutta la città ne parla».

Ma il viceconsole, sempre col cazzo duro, si era alzato e aveva preso un revolver.

Ne puntò la canna su Mony, che, tremando, gli offrì il didietro balbettando:

«Bandi, mio caro Bandi, tu sai che t’amo, inculami, inculami».

Bandi, sorridendo, fece penetrare il suo cannone nel buco elastico che si trovava fra le due chiappe del principe. Come fu dentro, mentre le tre donne stavano a guardare, si dimenò come un ossesso bestemmiando:

«Sacramento! Godo, stringi, mio bel gitone, stringi che godo, stringi le tue chiappe incantevoli». E scaricò, con gli occhi spiritati, con le mani artigliate su quelle spalle delicate. Poi Mony si lavò, si rivestì e se ne andò dicendo che sarebbe tornato dopo pranzo. Ma arrivato a casa, scrisse questa lettera:

Mio caro Bandi,

ne ho abbastanza d’essere inculato da te, ne ho abbastanza delle donne di Bucarest, ne ho abbastanza di sperperare qui una fortuna con la quale sarei felice a Parigi. Fra due ore sarò partito. Spero di divertirmi enormemente e ti dico addio.

Mony, principe Vibescu,

Hospodar ereditario

Il principe sigillò la lettera e ne scrisse un’altra al suo notaio pregandolo di liquidare i suoi beni e di rimettergli il ricavato a Parigi, all’indirizzo che gli avrebbe fatto sapere.

Mony prese tutto il denaro contante che possedeva, cioè cinquantamila franchi, e si diresse alla stazione. Imbucò le due lettere e salì sull’Orient Express per Parigi.

Capitolo secondo

«Signorina, non appena vi ho scorta, folle d’amore, ho sentito i miei organi genitali tendersi verso la vostra bellezza sovrana, ritrovandomi più in calore che se avessi bevuto un bicchiere di raki».

«Con chi? Con chi?»

«Pongo le mie ricchezze e il mio amore ai vostri piedi. Se potessi avervi in un letto, per venti volte di seguito vi proverei il mio ardore. Che le undicimila vergini o le undicimila verghe mi puniscano se sono bugiardo!».

«Che gagliardo!».

«I miei sentimenti non sono menzogneri. Non parlo così a tutte le donne. Non sono un gigolò».

«Ma va’ un po’…!».

Questa conversazione avveniva sul boulevard Malesherbes, in un mattino di sole.

Maggio risvegliava la natura e i passeri parigini cinguettavano d’amore sugli alberi nuovamente verdeggianti. Il principe Vibescu teneva questa conversazione galante con una graziosa giovane slanciata, vestita con eleganza, che scendeva verso la Madeleine. La seguiva a fatica tanto camminava svelta. All’improvviso quella si voltò bruscamente e scoppiò a ridere:

«Tagliate corto, non ho tempo ora. Vado a far visita a un’amica in rue Duphot, ma se siete disposto a intrattenere due donne ingorde di lusso e d’amore, se insomma siete un uomo quanto a ricchezza e a potenza copulatoria, allora seguitemi».

Egli si drizzò in tutta la figura dichiarando:

«Sono un principe rumeno, hospodar ereditario».

«E io», disse lei, «sono Culculine d’Ancône, di anni diciannove, e ho già svuotato i pendagli di dieci uomini eccezionali dal punto di vista amatorio, e la borsa di quindici milionari».

Chiacchierando piacevolmente di diverse cose leggere e conturbanti, il principe e Culculine giunsero alla rue Duphot dove in ascensore salirono a un primo piano.

«Il principe Mony Vibescu… la mia amica Alexine Mangetout».

Culculine fece le presentazioni con molta gravità in un boudoir lussuoso decorato con stampe giapponesi oscene.

Le due amiche si abbracciarono facendo lingua-in-bocca. Erano entrambe piuttosto ben messe, ma non in modo eccessivo.

Culculine era bruna, con occhi grigi scintillanti di malizia e un neo pelosetto sulla guancia sinistra, in basso.

Aveva il carnato smorto, il sangue a fior di pelle, le guance e la fronte che si corrugavano facilmente, attestando le sue preoccupazioni finanziarie e amorose.

Alexine era bionda, di quel colore tendente al cinereo che si può vedere solo a Parigi. La carnagione chiara sembrava trasparente. La graziosa ragazza appariva, nel suo attraente déshabillé rosa, delicata e vispa come una marchesa birbantella del penultimo secolo.

La conoscenza fu stretta in breve tempo e Alexine che aveva un amante rumeno andò a cercarne la fotografia in camera da letto. Il principe e Culculine la seguirono.

Entrambi si gettarono su di lei e, ridendo, la spogliarono.

La vestaglia cadde, lasciandola in una camiciola di batista che lasciava intravvedere un corpo incantevole, grassottello, pieno di fossette nei punti giusti.

Mony e Culculine la rovesciarono sul letto e le scoprirono i bei seni rosa, grossi e duri, di cui Mony incominciò a succhiare le punte. Culculine si abbassò e, alzando la camicia, mise a nudo delle cosce grandi e ben tornite che si riunivano al di sotto della micina, che era biondo cenere come i capelli. Lanciando uggiolii voluttuosi, Alexine tirò sul letto anche i piedini, scalciando le pantofole che caddero al suolo con un secco rumore. A gambe ben aperte, ella rialzava il culo sotto le lappate dell’amica stringendo le mani intorno al collo di Mony.

Il risultato non si fece attendere: le chiappe si serrarono, le sgroppate divennero più vivaci e lei godeva dicendo:

«Porconi, voi mi eccitate, dovete soddisfarmi».

«Ha promesso di farlo venti volte!», disse Culculine, e si spogliò.

Il principe fece altrettanto. Furono nudi nello stesso istante, e mentre Alexine giaceva estasiata sul letto, essi poterono reciprocamente ammirare i loro corpi.

Il grosso culo di Culculine ondeggiava a meraviglia sotto un vitino di vespa e le grosse palle di Mony si gonfiavano sotto un cazzo enorme di cui Culculine si impadronì.

«Mettilo prima a lei», disse Culculine, «a me lo farai dopo».

Il principe accostò il suo membro alla vulva semichiusa di Alexine che trasalì a quel contatto:

«Mi uccidi!», gridò.

Ma il palo penetrò fino ai testicoli e ne uscì subito dopo per ritornar dentro come un pistone. Culculine salì sul letto e avvicinò la sua nera gattona alla bocca d’Alexine, mentre Mony le leccava il buco posteriore. Alexine ruotava il sedere come un’indiavolata, e ficcò un dito nel buco del culo di Mony che rizzò ancor di più sotto quella carezza.

Egli infilò le mani sotto le chiappe di Alexine che si contrassero con una forza incredibile, stringendo nella fica in fiamme quel cazzo enorme che a stento vi si poteva muovere.

Ben presto l’eccitazione dei tre giunse al culmine, il loro respiro si fece ansimante, Alexine venne tre volte, poi fu il turno di Culculine che subito smontò per andare a mordicchiare i pendagli di Mony. Alexine si mise a gridare come un’ossessa e si contorse come un serpente quando Mony le sparò nel ventre il suo sperma rumeno. Culculine lo sloggiò da quel buco e la sua bocca prese il posto del cazzo per leccare il seme che stava colando a grandi fiotti. Alexine, intanto, aveva preso in bocca il cazzo di Mony lustrandolo a dovere e facendolo di nuovo rizzare.

Un minuto dopo, il principe si precipitò su Culculine, ma il suo cazzo restò sulla porta, vellicandole il clitoride. Teneva in bocca un seno della giovane, mentre Alexine li accarezzava entrambi.

«Mettimelo», gridava Culculine, «non ne posso più!».

Ma il cazzo rimaneva sempre sulla soglia.

Lei aveva scaricato due volte e ormai non ci sperava più, quando il cazzo bruscamente la penetrò fino all’utero; allora, folle d’eccitazione e di piacere, morse l’orecchio a Mony, così forte che gliene rimase un pezzo in bocca. L’inghiottì, gridando con tutte le forze, e dimenando magistralmente il culo. La ferita, da cui il sangue colava a fiotti, sembrò eccitare Mony che si mise a pompare ancor più forte e non lasciò la fica di Culculine se non dopo esser venuto tre volte, contro le dieci di lei.

Quando lo tirò fuori, entrambi si accorsero con stupore che Alexine era sparita. Ma tornò di lì a poco con dei farmaci per medicare Mony e con un’enorme frusta da cocchiere.

«L’ho comprata per cinquanta franchi», esclamò, «dal cocchiere del fiacre 3269, ci servirà per resuscitare il rumeno. Lasciamo che si medichi, Culculine mia, e facciamo un sessantanove tanto per tenerci in caldo».

Mentre cercava di fermare il sangue, Mony assisté a questo spettacolo stuzzicante: testa-piedi, Culculine e Alexine si leccavano con trasporto.

Il grosso culo di Alexine, bianco e paffuto, si dondolava sul viso di Culculine; le lingue, lunghe come dei pisellini di bimbi, scoccavano inflessibili, la bava e gli umori si mescolavano, i peli madidi si appiccicavano e dei sospiri da strappar l’anima, se non fossero stati di voluttà, si levavano dal letto che scricchiolava e gemeva sotto il dolce peso delle due deliziose fanciulle.

«Vieni a ficcarmelo in culo!», gridò Alexine.

Ma Mony perdeva tanto sangue da non aver più nessuna voglia di rizzare.

Alexine si alzò e, afferrando la frusta del cocchiere del fiacre 3269, un superbo articolo nuovo fiammante, la brandì e sferzò la schiena e le chiappe di Mony che, sotto quel nuovo dolore, dimenticò il suo orecchio sanguinante e si mise a urlare. Ma Alexine, nuda e somigliante a una menade in delirio, picchiava inarrestabile.

«Vieni a battere me!», gridò a Culculine, i cui occhi fiammeggiavano, e che venne a colpire a tutta forza il gran culo smanioso di Alexine. Culculine finì anch’essa per eccitarsi.

«Battimi, Mony», supplicava. E lui, ormai avvezzo alla punizione, benché fosse tutto sanguinante, si mise a sculacciare le belle chiappe brune che si aprivano e si chiudevano in cadenza. Quando gli si rizzò, il sangue colava non solamente dall’orecchio, ma anche dai segni lasciati dalla frusta crudele.

Alexine allora si voltò presentando le belle chiappe arrossate al cazzo enorme che penetrò la rosetta, mentre l’impalata gridava agitando il culo e le tette. Ma Culculine li separò ridendo. Le due donne ripresero il loro numero mentre Mony, tutto sanguinante e ben installato nel culo di Alexine, si agitava con un vigore che faceva godere terribilmente la sua sodale. I suoi coglioni sbatacchiavano come le campane di Notre-Dame e urtavano contro il naso di Culculine. A un certo punto il culo di Alexine si chiuse con molta forza intorno alla base del glande di Mony che non poté più muoversi. Fu così che scaricò con lunghi getti ingoiati dall’ingorda cloaca di Alexine Mangetout.

Nel frattempo, in strada, la folla si assembrava intorno al fiacre 3269 il cui cocchiere era senza frusta.

Una guardia gli chiese cosa ne avesse fatto:

«L’ho venduta a una signora di rue Duphot».

«Andate a ricomprarla o vi devo multare».

«Bene, vado», disse l’automedonte, un normanno dalla forza fuori del comune e, dopo essersi informato in portineria, suonò al primo piano.

Alexine gli andò ad aprire tutta nuda; il cocchiere uscì di senno e, poiché quella fuggiva in camera da letto, la rincorse, la ghermì e le incoccò da dietro un cazzo di taglia rispettabile. Ben presto scaricò esclamando: «Tuoni e fulmini, bordello di Dio, puttana di una troia!».

Alexine gli dava dei colpi di culo e scaricò insieme a lui, mentre Mony e Culculine si torcevano dal ridere. Il cocchiere, pensando che si burlassero di lui, fu preso da una collera terribile.

«Ah! puttane, papponi, carogne, malanni, schifezze, voi mi sfottete! La mia frusta, dov’è la mia frusta?».

E, scorgendola, se ne impadronì per colpire con tutte le sue forze Mony, Alexine e Culculine, i cui corpi nudi sussultavano sotto le sferzate che lasciavano dei segni sanguinosi. Poi prese a tirargli di nuovo, saltò su Mony e si mise a incularlo.

La porta d’ingresso era rimasta aperta e lo sbirro che, non vedendo tornare il cocchiere, era salito, entrò in quell’istante nella camera da letto; e non tardò molto a esibire il suo cazzo d’ordinanza.

L’insinuò nel culo di Culculine che schiamazzava come una pollastra rabbrividendo al freddo contatto dei bottoni dell’uniforme.

Alexine, rimasta disoccupata, prese il manganello bianco che dondolava nella custodia al fianco della guardia. Se lo introdusse nella fica e ben presto i cinque cominciarono a godere in modo irrefrenabile, mentre il sangue delle ferite colava sopra tappeti, lenzuola e mobili, e mentre nella via si conduceva al deposito l’abbandonato fiacre 3269, il cui cavallo petò per tutto il percorso profumandolo in modo nauseabondo.

Capitolo terzo

Qualche giorno dopo la seduta che il cocchiere del fiacre 3269 e la guardia avevano concluso in maniera tanto bizzarra, il principe Vibescu si era appena rimesso dalle emozioni. I segni della flagellazione si erano cicatrizzati ed egli stava mollemente disteso su di un sofà in un salotto del Grand Hôtel. Leggeva, per eccitarsi, i fatti di cronaca del «Journal». Un episodio lo appassionava. Il crimine era spaventoso. Uno sguattero di ristorante aveva fatto arrostire il culo di un giovane lavapiatti, poi l’aveva inforcato, tutto caldo e al sangue, mangiandosi i pezzi rosolati che andavano staccandosi dal posteriore dell’efebo. Alle grida di questo Vatel in erba, i vicini erano accorsi facendo così arrestare il sadico sguattero. La vicenda era narrata con dovizia di particolari e il principe se l’assaporava manovrando dolcemente l’arnese che aveva tirato fuori.

In quel mentre bussarono. Una cameriera fresca e assai graziosa in crestina e grembiule, entrò su ordine del principe. Aveva in mano una lettera e arrossì vedendo la tenuta disinvolta di Mony, che si ricompose.

«Non vorrete andarvene, mia dolce biondina, ho due paroline da dirvi».

E nel frattempo chiuse la porta e, afferrando la bella Mariette per la vita, la baciò avidamente sulla bocca. Dapprima lei fece un po’ di resistenza serrando fortemente le labbra, ma poi, sotto quella stretta, cominciò a lasciarsi andare finché la sua bocca si schiuse. La lingua del principe vi penetrò, subito mordicchiata da Mariette la cui lingua mobilissima venne a stuzzicarne la punta.

Con una mano il giovane le circondava la vita, con l’altra le alzava la gonna. Non portava mutande. La mano s’insinuò fra due cosce che non avrebbe sospettato tanto grosse e ben tornite, essendo lei alta e magra. Aveva una fica molto pelosa. Era ardente e la mano entrò ben presto nell’umido anfratto, mentre Mariette s’abbandonava spingendo il ventre in avanti. La sua mano intanto vagabondava sulla braghetta del principe, che alla fine sbottonò. Ne fece uscire il superbo corno portafortuna che quella aveva solo intravisto quand’era entrata. Si menarono a vicenda, dolcemente: lui pizzicandole il clitoride, lei massaggiandogli col pollice la punta del cazzo. Mony la spinse sul sofà, dove finì seduta. Il principe le sollevò le gambe e se le mise sulle spalle mentre lei si slacciava il corsetto per farne schizzar fuori due seni superbi che lui si mise a succhiare a turno, mentre la penetrava in fica col suo paracarro in fiamme. Ben presto la ragazza cominciò a gridare:

«Che bello, che bello… come sei bravo». Nel frattempo dava dei colpi di culo concitati, poi lui la sentì godere dicendo:

«Tieni… godo… tieni… tieni… prendi tutto».

Subito dopo lei gli afferrò bruscamente il pilone esclamando:

«Da questa parte basta».

Lo estrasse dalla fica e se l’infilò in un altro buco tondo tondo, piazzato poco sotto, come un occhio di ciclope fra due globi carnosi, bianchi e freschi. Il pilone, lubrificato dai succhi femminili, penetrò facilmente e, dopo un vivace sculettio, il principe lanciò tutto il suo sperma nel culo della bella cameriera. Poi estrasse il pilone che fece floc come quando si stappa una bottiglia, e sulla punta c’era ancora sperma, misto a un po’ di merda. Proprio in quell’istante suonarono nel corridoio e Mariette disse: «Devo andare a vedere». E scappò via dopo aver baciato Mony che le mise in mano due luigi. Non appena fu uscita, lui si lavò la proboscide, poi aprì la lettera che era del seguente tenore:

Mio bel rumeno,

che fine hai fatto? Dovresti esserti rimesso dalle tue fatiche. Ricordati di ciò che mi hai detto: «Se non faccio l’amore venti volte di seguito, che undicimila verghe mi castighino». Venti volte non l’hai fatto, tanto peggio per te. L’altro giorno sei stato ricevuto nello scannatoio di Alexine, in rue Duphot. Ma ora che ti conosciamo puoi venire da me. Da Alexine non è possibile. Figurarsi, non può ricevere nemmeno me. Per questo ha un suo scannatoio. Il suo senatore è troppo geloso. Io me ne infischio; il mio amante è un esploratore, e a quest’ora infilerà perle con le negre della Costa d’Avorio. Puoi venire da me, al 114 di rue de Prony. Ti aspettiamo alle quattro.

Culculine d’Ancône

Letta la lettera, il principe guardò l’ora. Erano le undici del mattino. Suonò per far salire il massaggiatore che lo massaggiò e lo inculò correttamente. La seduta lo vivificò. Fece un bagno, e poiché si sentiva fresco e disponibile suonò per il parrucchiere che lo pettinò e lo inculò artisticamente. Poi salì il pedicure-manicure. Questi gli fece le unghie e lo inculò vigorosamente. Allora il principe si sentì proprio a suo agio. Scese lungo i boulevard, fece un pranzo abbondante, poi prese un fiacre che lo portò in rue de Prony. C’era un palazzotto interamente abitato da Culculine. Una vecchia domestica lo fece entrare. L’interno era arredato con gusto squisito.

Fu subito introdotto in una camera il cui letto d’ottone era molto basso e largo.

Il parquet era ricoperto di pelli d’animali che attutivano il rumore dei passi. Il principe si spogliò rapidamente ed era tutto nudo quando entrarono Alexine e Culculine in seducenti déshabillé. Si misero a ridere e lo abbracciarono. Egli cominciò col sedersi, poi attirò a sé le due giovani, una su ogni gamba, ma rialzando loro la sottana, in modo che, pur restando decentemente vestite, potesse sentire i loro culi nudi sulle sue cosce. Poi si mise a masturbarle una per mano, mentre quelle gli stuzzicavano il cazzo. Quando le sentì ben eccitate disse loro:

«E adesso facciamo lezione».

Le fece prender posto sopra una sedia di fronte a sé e, dopo aver riflettuto un istante, disse:

«Signorine, mi sono reso conto che non avete mutande. Dovreste vergognarvi. Filate a metterle».

Quando tornarono, cominciò la lezione.

«Signorina Alexine Mangetout, come si chiama il re d’Italia?»

«Se credi che me ne freghi, non ne so un bel niente!», disse Alexine.

«Presto, sul letto!», gridò il professore.

La fece mettere sul letto in ginocchio, voltata di schiena, le ordinò di sollevare la vestaglia e aprire le mutande dalle quali emersero gli emisferi delle chiappe di un candore abbagliante. Allora si mise a picchiare a mano aperta, e ben presto il sedere cominciò ad arrossire. Questo eccitò Alexine che sculettava, ma ben presto anche il principe non si trattenne più. Passando le mani attorno alla vita della giovane, le impugnò le tette sotto la vestaglia, poi, facendo scendere una mano, le vellicò il clitoride e sentì che la fica era tutta bagnata.

Le mani di lei non erano inattive; avevano impugnato il palo del principe dirigendolo verso lo stretto sentiero di Sodoma. Alexine si era chinata in modo che il suo culo risaltasse meglio, e facilitasse l’entrata del pilone di Mony.

Subito il glande fu dentro, il resto seguì e i coglioni andavano a sbattere sulla parte bassa delle chiappe della giovane. Culculine, che si annoiava, si mise anch’essa sul letto e leccò la fica di Alexine che, presa tra due fuochi, godeva fino alle lacrime. Il suo corpo scosso dalla voluttà si torceva come se soffrisse. Rantoli voluttuosi le sfuggivano dalla gola. Il grosso palo le riempiva il culo e, andando avanti e indietro, andava a urtare la membrana che la separava dalla lingua di Culculine, che raccoglieva i succhi prodotti da questo passatempo.

Il ventre di Mony sbatteva contro il culo di Alexine. Ben presto il principe sculettò più forte. Si mise a mordere il collo della giovane. Il palo divenne più gonfio. Alexine non ce la fece più a sopportare tanta felicità; si accasciò sul viso di Culculine che non smise di leccare, mentre il principe, ben insediato nel suo culo, la seguiva nella caduta. Ancora qualche colpo di reni, poi Mony lasciò fiottare il suo sperma. Alexine rimase distesa sul letto mentre Mony andava a lavarsi e Culculine si alzava per pisciare.

Preso un secchio, vi si sistemò sopra, in piedi, a gambe larghe, sollevò la vestaglia e pisciò copiosamente, poi, per soffiar via le ultime gocce rimaste fra i peli, mollò un piccolo peto, tenero e discreto, che eccitò notevolmente Mony.

«Cacami in mano, cacami in mano!», le gridò.

Lei sorrise; Mony le si mise dietro, mentre lei abbassava un poco il culo e cominciava a spingere. Aveva delle mutandine di batista trasparente attraverso cui si intravvedevano le sue belle cosce nervose. Lunghe calze nere le salivano fin sopra al ginocchio e modellavano due meravigliosi polpacci dalla linea incomparabile, né troppo grossi né troppo sottili. Mirabilmente incorniciato dallo spacco delle mutande, il culo in quella posizione era in bella evidenza. Mony contemplava affascinato le due chiappe brune e rosa, seriche e animate da un sangue generoso. Vedeva il fondo della spina dorsale un po’ rilevato sotto cui iniziava il solco culino. Dapprima largo, poi si restringeva e diveniva profondo, a mano a mano che aumentava lo spessore delle chiappe, per giungere così fino al buco oscuro e tondo, tutto increspato. Gli sforzi della giovane ebbero dapprima l’effetto di dilatare il buco del culo e di far uscire un po’ di pelle liscia e rosea che si trovava all’interno, a somiglianza di un labbro arrovesciato.

«Caca, dunque!», gridò Mony.

Subito apparve un’avanguardia puntuta e insignificante, che mostrò la testa e rientrò in fretta nella caverna. Si ripresentò poi seguita lentamente e maestosamente dal resto del capitone, che costituiva uno degli stronzi più belli che un intestino avesse mai prodotto.

La merda usciva untuosa e ininterrotta, srotolandosi solenne come una gomena di nave. Pendugliava graziosamente fra le belle chiappe che sempre più si allargavano. Poi dondolò più forte. Il culo si dilatò al massimo, si scosse leggermente e la merda cadde, tutta calda e fumante, nelle mani di Mony che si era teso in avanti per riceverla. Allora gridò: «Resta così!», e chinandosi leccò ben bene il buco del culo impastandosi lo stronzo con le mani. Quindi lo schiacciò con voluttà, poi se lo spalmò su tutto il corpo. Culculine si spogliò per imitare Alexine che si era messa nuda e mostrava a Mony il suo grosso culo trasparente di bionda: «Cacami sopra!», gridò Mony ad Alexine stendendosi per terra. La giovane si accovacciò su di lui ma non completamente. Mony poteva godere dello spettacolo offerto dal suo buco. I primi sforzi ebbero per risultato di far uscire un po’ di sperma che Mony vi aveva deposto, poi venne una sciolta gialla e molle, che cadde a più riprese e, dal momento che quella rideva e si dimenava, la cosa pioveva da tutte le parti sul corpo di Mony che ne ebbe ben presto il ventre ornato da parecchie strisce odorose.

Però Alexine aveva anche pisciato, e il getto caldo era caduto sul palo di Mony, risvegliando i suoi istinti belluini.

L’uccello cominciò a sollevarsi a poco a poco gonfiandosi fino al punto in cui, giunto alle sue dimensioni operative, il glande si tese, rosso come una grossa prugna, sotto gli occhi della giovane che, accostandosi, si accovacciò sempre di più, facendo penetrare il palo in erezione fra le sponde pelose della vulva beante.

Mony era beato per lo spettacolo. Il culo di Alexine, abbassandosi, metteva in mostra ancor meglio la sua appetitosa rotondità. Il progressivo aprirsi delle chiappe esaltava ancor più quelle curve procaci. Quando il culo fu ben disceso, e il palo completamente inghiottito, si rialzò e diede inizio a un grazioso movimento di va-e-vieni che modificava il suo volume in proporzioni rilevanti, ed era uno spettacolo stupendo. Mony, tutto smerdato, godeva profondamente; presto sentì la vagina restringersi e Alexine disse con voce strozzata:

«Porco, vengo… godo!». E lasciò partire il suo seme. Ma Culculine, che aveva assistito all’operazione e pareva in calore, la tirò via bruscamente da sopra il palo e gettandosi su Mony senza preoccuparsi della merda che la insozzò tutta, s’infilò la proboscide nella fica, con un sospiro di soddisfazione. E cominciò a dare dei terribili colpi esclamando: «Ah!» a ogni colpo di reni. Ma Alexine, indispettita d’essere stata privata del suo bene, aprì un cassetto e ne tirò fuori un frustino fatto di strisce di cuoio. E si mise a colpire il culo di Culculine i cui sussulti divennero ancor più veementi.

Alexine, eccitata dallo spettacolo, colpiva duro e secco. Le sferzate grandinavano sul superbo posteriore. Mony, inclinando un po’ la testa di lato, vedeva in uno specchio posto proprio di fronte il gran culo di Culculine alzarsi e abbassarsi. Sollevandosi, le chiappe si schiudevano e la rosetta appariva un istante per sparire durante la discesa, quando le belle chiappe paffute si stringevano. Più in basso le labbra pelose e dilatate della fica inghiottivano l’enorme palo che, durante l’ascesa, si mostrava quasi per intero, e tutto bagnato.

I colpi di Alexine arrossarono completamente il povero culo che ora trasaliva di voluttà. Ben presto una frustata lasciò un segno sanguinoso. Entrambi, la fustigatrice e la fustigata, deliravano come baccanti e sembravano godere. Anche Mony incominciò a condividere il loro furore e le sue unghie s’accanirono sulla schiena vellutata di Culculine. Alexine, per poter battere comodamente Culculine, si mise a ginocchioni accanto agli altri due. Il suo grosso culo paffuto e sobbalzante a ogni colpo che lei vibrava si trovò a due dita dalla bocca di Mony.

La lingua di lui tosto vi s’infilò, poi, sotto l’impulso della rabbia voluttuosa, si mise a morderle la chiappa destra. La ragazza lanciò un grido di dolore. I denti erano affondati nella carne e un sangue fresco e vermiglio venne a dissetare la gola riarsa di Mony.

Egli lo succhiò gustandone assai il sapore ferroso, leggermente salato. In quel mentre i sobbalzi di Culculine si fecero disordinati. Gli occhi stralunati non mostravano che il bianco. La sua bocca, imbrattata della merda che era sul corpo di Mony, emise un gemito e lei scaricò contemporaneamente a lui.

Alexine si lasciò cadere su di loro, spossata e rantolante, digrignando i denti, e Mony, che le applicò la bocca sulla fica, non ebbe che da darle due o tre colpi di lingua per farla godere. Poi, dopo qualche altro sussulto, i nervi si rilassarono, e il trio si distese nella merda, nel sangue e nello sperma.

Si addormentarono in quello stato e quando si svegliarono alla pendola della stanza rintoccavano i dodici colpi della mezzanotte.

«Fermi, ho sentito un rumore», disse Culculine. «Non è la mia domestica, lei è abituata a non fare caso a me. E dovrebbe essere a letto».

Un sudore freddo colava sulla fronte di Mony e delle due ragazze. I capelli si drizzarono loro in testa e dei brividi percorsero i loro corpi nudi e smerdati.

«C’è qualcuno!», disse Alexine.

«C’è qualcuno», approvò Mony.

In quel momento la porta si aprì e la poca luce che proveniva dalla strada notturna permise di scorgere le ombre di due uomini che indossavano un soprabito col bavero rialzato e con la bombetta in testa.

All’improvviso il primo fece scattare la luce di una torcia elettrica che teneva in mano. Il bagliore rischiarò la stanza, ma i due scassinatori non s’accorsero subito del gruppo steso a terra.

«Tira un’aria pesante», disse il primo.

«Entriamo lo stesso, dev’esserci un bel malloppo in quei cassetti», replicò il secondo.

In quell’istante Culculine, che si era trascinata verso l’interruttore della luce, l’accese illuminando all’improvviso l’ambiente.

Gli scassinatori rimasero interdetti di fronte a quelle nudità:

«Merda», disse il primo, «parola di Cornabœux, ne avete di gusto».

Era un colosso bruno dalle mani pelose. La barba incolta lo rendeva ancor più patibolare.

«Che goduria», disse il secondo, «a me la merda non dispiace, porta buono».

Era un avanzo di galera guercio che mordicchiava una cicca spenta.

«Proprio così, Chaloupe», gli rispose Cornabœux, «ci ho appena sguazzato in mezzo e penso che, come prima botta, m’infilerò questa bambola. Ma prima sistemiamo il signorino».

E gettandosi su Mony spaventato quegli scassinatori lo imbavagliarono e gli legarono braccia e gambe. Poi, volgendosi verso le donne tremanti, ma piuttosto divertite, Chaloupe disse:

«E voi, bambole, non fate le scontrose, sennò lo dico a Prosper».

Aveva in mano una canna e la diede a Culculine ordinandole di colpire Mony con tutte le sue forze. Poi, mettendosi dietro di lei, fece saltar fuori un affaruccio sottile come un mignolo, ma molto lungo.

Culculine cominciava a divertirsi. Chaloupe prese a schiaffeggiarle le chiappe, dicendo:

«Eccoci qui! Mia bella culona, ti toccherà suonare il mio flauto, perché ho un debole per gli ambienti melmosi». Maneggiava e palpava quel gran culo vellutato e, dopo averle passato una mano sul davanti, le stuzzicava il clitoride, poi, tutto a un tratto, vi cacciò la pertica lunga e sottile.

Culculine incominciò a muovere il didietro picchiando Mony che, non potendo né difendersi né gridare, si contorceva come un verme a ogni colpo di canna, che gli lasciava un segno dapprima rosso e ben presto violaceo. Poi, man mano che l’inculata procedeva, Culculine eccitata picchiava più forte gridando:

«Tieni, porco, per la tua sporca carogna… Chaloupe, fammelo entrare bene in fondo il tuo scopino».

Il corpo di Mony fu in breve tutto sanguinante.

Nel frattempo Cornabœux aveva afferrato Alexine e l’aveva gettata sul letto. Cominciò col mordicchiarle i capezzoli che presero a indurirsi. Quindi scese fino alla fica e se la prese tutta in bocca mentre le tirava i leggiadri peli del pube, biondi e ricciuti. Si rialzò ed estrasse il suo palo enorme ma corto, dalla testa paonazza. Rivoltò Alexine e si mise a sculacciarne il grosso culo rosa; di quando in quando le passava la mano nel solco culino. Poi strinse la ragazza col braccio sinistro in modo che la sua fica fosse alla portata della mano destra. Con la sinistra la teneva per la barbetta… e non è che fosse un gran piacere. Alexine si mise a piangere e i suoi gemiti aumentarono quando Cornabœux iniziò a mulinare sventole. Le sue grosse cosce rosa si scuotevano e il sedere fremeva ogni volta che la grossa zampa dello scassinatore s’abbatteva. Con le manine libere lei si mise a graffiarne la faccia barbuta. Gli tirava i peli di sopra come lui, a lei, tirava la barba della fica.

«Così va bene», disse Cornabœux, e la rigirò.

Allora Alexine vide lo spettacolo di Chaloupe che inculava Culculine, che colpiva Mony, già tutto sanguinante, e questo la eccitò. La grossa mazza di Cornabœux batteva contro il suo posteriore, ma andava a vuoto, colpendo o troppo a destra o troppo a sinistra, oppure troppo in alto o troppo in basso, ma quando trovò il buco, pose le mani sui fianchi lisci e rotondi di Alexine e la tirò a sé con tutte le forze. Il dolore causato da quell’enorme pilone che le sfondava il culo l’avrebbe fatta urlare di dolore se non fosse già stata eccitata da tutto ciò che stava accadendo. Non appena lui ebbe fatto entrare il dardo nel culo, Cornabœux lo estrasse, poi, rivoltando Alexine sul letto, le conficcò il suo strumento nel ventre. L’aggeggio entrò a gran fatica a causa della sua enormità, ma quando fu dentro, Alexine incrociò le gambe sui fianchi del ladro e lo tenne così stretto che se anche avesse voluto sfilarsi non avrebbe potuto.

Il duetto culino fu travolgente.

Cornabœux le poppava le tette e con la barba la solleticava eccitandola; lei infilò una mano nei pantaloni del ladro e gli ficcò un dito nel buco del culo. Poi si misero a mordersi come bestie selvagge dando gran colpi di reni. Scaricarono freneticamente. Ma il palo di Cornabœux, strangolato dalla vagina d’Alexine, ricominciò subito a rizzare. Alexine chiuse gli occhi per assaporare meglio il secondo amplesso. Lei scaricò quattordici volte contro le tre di Cornabœux. Quando riprese i sensi, si accorse di avere la fica e il culo sanguinanti. Erano stati lacerati dall’enorme pilone di Cornabœux. E scorse Mony, che giaceva sul pavimento, scosso da tremiti convulsi. Il suo corpo non era più che un’unica piaga.

Culculine per ordine del guercio Chaloupe gli succhiava la proboscide, in ginocchio davanti a lui:

«Avanti, in piedi, puttanella», urlò Cornabœux.

Alexine obbedì e lui le mollò un calcio nel culo che la fece stramazzare su Mony. Cornabœux le legò braccia e gambe e la imbavagliò senza badare alle sue suppliche, poi, afferrata la canna, si mise a zebrare di colpi il suo bel corpo di falsa magra. Il culo trasaliva a ogni nerbata, dopo furono la schiena, il ventre, le cosce, i seni che ricevettero la gragnuola di colpi. Sgambettando e dibattendosi Alexine si ritrovò sulla picca di Mony che era dura come quella d’un morto e che, approfittando dell’incontro casuale con la fica della giovane, la penetrò.

Cornabœux raddoppiò i colpi e picchiò indistintamente su Mony e su Alexine che godevano in modo atroce. Ben presto la gradevole pelle rosa della biondina non fu più visibile per il sangue che colava sotto quelle sferzate. Mony era svenuto, lei svenne poco dopo. Cornabœux, il cui braccio incominciava a essere stanco, si volse verso Culculine che cercava di far venire Chaloupe. Ma quel bell’elemento non voleva saperne.

Cornabœux ordinò alla bella bruna di allargare le cosce. Fece molta fatica a incoccarglielo da dietro. Lei soffrì molto, ma stoicamente, senza smetter di succhiare il palo di Chaloupe. Quando Cornabœux ebbe preso possesso della fica di Culculine le fece alzare il braccio destro e le mordicchiò il ricco cespuglio di peli che aveva sotto l’ascella.

Quando arrivò l’orgasmo, fu così intenso che Culculine svenne addentando violentemente il pilone di Chaloupe. Costui lanciò un terribile grido di dolore ma il glande era ormai troncato. Cornabœux, che aveva appena scaricato, sfilò bruscamente la sua daga dalla fica di Culculine che cadde a terra svenuta. Chaloupe esanime perdeva tutto il suo sangue.

«Mio povero Chaloupe», disse Cornabœux, «sei fottuto, è meglio che crepi subito».

Ed estraendo un coltello gli vibrò un colpo mortale scuotendo sul corpo di Culculine le ultime gocce di sperma che gli colavano dal cazzo. Chaloupe morì senza dire «be’».

Cornabœux si rivestì a puntino, spazzolò tutto il denaro che era nei cassetti e nei vestiti e prese anche gioielli e orologi. Poi guardò Culculine che giaceva a terra priva di sensi.

«Bisogna vendicare Chaloupe», si disse. Ed estraendo nuovamente il coltello, vibrò un colpo terribile tra le chiappe di Culculine ancora svenuta. Cornabœux le lasciò il coltello piantato nel culo. Agli orologi suonarono le tre di mattina.

Poi uscì com’era entrato, lasciando i quattro corpi stesi sul pavimento della stanza piena di sangue e di sperma in un indicibile disordine. In strada, si diresse allegramente verso Ménilmontant canticchiando:

Un tafanario ha da saper di fogna

mica d’acqua di Colonia…

e anche:

Coso a fanale

coso a fanale

accendi accendi il mio piccolo coccale.

Capitolo quarto

Lo scandalo fu enorme. I giornali parlarono dell’affare per otto giorni. Culculine, Alexine e il principe Vibescu dovettero rimanere a letto per due mesi. Durante la convalescenza Mony entrò una sera in un bar presso la stazione di Montparnasse. Vi si beve petrolio, una bevanda gradevole per i palati ormai sazi degli altri liquori.

Degustando l’infame torcibudella, il principe squadrava gli avventori. Uno di loro, un colosso barbuto, era vestito da facchino delle Halles e l’immenso cappello infarinato gli conferiva l’aria di un semidio da leggenda, pronto a compiere un’eroica impresa.

Al principe parve di riconoscere il simpatico volto dello scassinatore Cornabœux. A un tratto sentì che ordinava petrolio con voce tonitruante. Era proprio la voce di Cornabœux.

Mony si alzò e si diresse verso di lui con la mano tesa:

«Buongiorno, Cornabœux, siete alle Halles, ora?»

«Io?», disse il facchino sorpreso, «com’è che mi conoscete?»

«Vi ho visto al 114 di rue de Prony», disse Mony con aria disinvolta.

«Non sono io», rispose con gran spavento Cornabœux, «io non vi conosco, io faccio il facchino alle Halles da tre anni, e sono abbastanza conosciuto. Lasciatemi in pace!».

«Bando alle sciocchezze», replicò Mony. «Cornabœux, tu mi appartieni. Posso consegnarti alla polizia. Ma tu mi piaci e se vuoi seguirmi sarai il mio cameriere, verrai con me dappertutto. Ti assocerò ai miei piaceri. Tu mi aiuterai e mi difenderai, se necessario. E se mi sarai fedele, farò la tua fortuna. Rispondi all’istante».

«Voi siete un bel tipo e sapete parlare. Qua la mano, sono il vostro uomo».

Qualche giorno dopo Cornabœux, promosso al rango di cameriere, chiudeva le valigie. Il principe Mony era richiamato in tutta fretta a Bucarest. Il suo intimo amico, il viceconsole di Serbia, era morto lasciandogli tutti i suoi beni, che erano considerevoli. Si trattava di miniere di stagno che fruttavano molto da qualche anno, ma che bisognava tener sotto controllo da vicino se non si voleva correre il rischio di veder immediatamente calare i profitti. Il principe Mony, come si è visto, non amava il denaro in quanto tale; desiderava essere il più ricco possibile, ma unicamente per i piaceri che soltanto l’oro può procurare.

Egli aveva di continuo sulla bocca questa massima pronunciata da un suo avo:

«Tutto è in vendita, tutto si compera; è solo questione di prezzo».

Il principe Mony e Cornabœux avevano preso posto sull’Orient Express; le vibrazioni del treno non mancarono di produrre ben presto il loro effetto. Mony rizzava come un cosacco e gettò su Cornabœux degli sguardi di fuoco. Fuori, il mirabile paesaggio dell’est della Francia mostrava le sue magnificenze placide e terse. Lo scompartimento era quasi vuoto; un vecchio podagroso, riccamente vestito, si lamentava sbavando sul «Figaro» che cercava di leggere.

Mony, che era avviluppato in un ampio gabbano, prese la mano di Cornabœux e, facendola passare per l’apertura che si trova a mo’ di tasca in questo comodo capo di abbigliamento, la guidò alla patta. Il colossale cameriere comprese il desiderio del padrone. La sua grossa mano era villosa ma paffuta, e più dolce di quanto si potesse supporre.

Le dita di Cornabœux sbottonarono delicatamente i pantaloni del principe. Presero l’asta in delirio che giustificava in tutto e per tutto il distico famoso di Alphonse Allais:

Lo stimolante sobbalzar dei treni

Eccita brame fino in fondo ai reni.

Ma un impiegato della Compagnia dei Wagons-Lits fece il suo ingresso annunciando che era ora di pranzo, e che numerosi viaggiatori già si trovavano nel vagone ristorante.

«Eccellente idea», disse Mony. «Cornabœux, andiamo subito a pranzare!».

La mano dell’ex facchino uscì dall’apertura del gabbano. I due si diressero verso la sala da pranzo. L’asta del principe rizzava sempre, e, dal momento che non si era ricomposto, si notava sul mantello una bella prominenza. Il pranzo cominciò senza contrattempi, cullato dallo sferragliare del treno e dai vari tintinnii delle stoviglie, dell’argenteria e della cristalleria, turbati talvolta dal secco saltare di un tappo di Apollinaris.

A un tavolo, nella parte opposta a quella in cui pranzava Mony, si trovavano due donne bionde e graziose; Cornabœux, che le aveva di fronte, le indicò a Mony.

Il principe si volse e riconobbe in una di loro, vestita più modestamente dell’altra, Mariette, la squisita cameriera del Grand Hôtel. Subito si alzò e si diresse verso le dame.

Salutò Mariette e si rivolse all’altra che era bella e truccata. I suoi capelli ossigenati le conferivano un aspetto moderno che incantò Mony:

«Signora», le disse, «vi prego di perdonare il mio ardire. Mi presento da solo a causa della difficoltà di trovare su questo treno delle conoscenze comuni. Sono il principe Mony Vibescu, hospodar ereditario. Questa giovane, intendo Mariette che ha senza dubbio lasciato il servizio del Grand Hôtel per il vostro, mi ha permesso di contrarre nei suoi confronti un debito di riconoscenza di cui voglio disobbligarmi oggi stesso. Voglio sposarla al mio cameriere e voglio assegnare a ognuno di loro una dote di cinquantamila franchi».

«Non vedo in questo nulla di sconveniente», disse la dama, «ma ecco qui qualcosa che non mi pare mal dotata. A chi la volete assegnare?».

Il pilone di Mony aveva trovato una via d’uscita e mostrava la sua testa rubizza tra due bottoni, davanti al principe che arrossì facendo sparire l’arnese. La dama si mise a ridere.

«Fortunatamente siete messo in modo che nessuno può aver visto… sarebbe stata bella… Ma ditemi, a chi è destinato quell’ordigno infernale?»

«Permettetemi», disse galantemente Mony, «di farne omaggio alla vostra sovrana beltà».

«Si vedrà», disse la dama, «e poiché voi vi siete già presentato, ora tocca a me farlo: Estelle Ronange…».

«La grande attrice del Français?», chiese Mony.

La dama annuì.

Mony, folle di gioia, esclamò:

«Estelle, avrei dovuto riconoscervi. Da molto tempo sono un vostro appassionato ammiratore. Non ne ho trascorse di serate al Theâtre Français, ammirandovi in parti di amorosa? E per placare la mia eccitazione, non potendo scrollarmelo in pubblico, mi ficcavo le dita nel naso, ne estraevo il moccio e me lo mangiavo! E che bontà! Che bontà!».

«Mariette, andate a pranzare col vostro fidanzato», disse Estelle. «E voi, principe, pranzate con me».

Non appena furono uno di fronte all’altro, il principe e l’attrice si guardarono amorosamente:

«Dove siete diretta?», chiese Mony.

«A Vienna, a recitare al cospetto dell’imperatore».

«E il decreto di Mosca?»

«Del decreto di Mosca me ne fotto; invierò le mie dimissioni a Claretie… mi si mette in disparte… mi si affidano ruoli da generica… mi si rifiuta la parte di Eoraka nella nuova commedia del nostro Mounet-Sully… io parto… non si soffocherà il mio talento».

«Recitate qualcosa per me… dei versi», le chiese Mony.

E lei recitò, durante il cambio delle stoviglie, l’Invitation au Voyage.

Mentre risuonava l’ammirevole poesia in cui Baudelaire ha posto un po’ della sua tristezza amorosa, della sua nostalgia appassionata, Mony sentì che i piedini dell’attrice gli salivano lungo le gambe; finché raggiunsero sotto il gabbano il cazzo di Mony che pendeva tristemente fuori dai calzoni. Là i piccoli piedi si fermarono, e prendendolo delicatamente tra di loro, cominciarono un movimento di va-e-vieni piuttosto curioso. Subito indurito, il cazzo del giovane si lasciò manovrare dalle scarpine delicate di Estelle Ronange. Ben presto cominciò a godere e recitò, improvvisando, questo sonetto all’attrice il cui lavoro pedestre non cessò fino all’ultimo verso:

EPITALAMIO

Le tue mani porranno l’asinino mio sesso

Fra le tue cosce aperte, covo sacro ai magnaccia,

E, nonostante Avinain, quasi quasi confesso

Ciò che mi fa il tuo amore, purché questo ti piaccia!

La mia bocca al tuo seno, candido svizzerino,

Farà l’abbietto omaggio di morsi senza dolo.

Dalla mentula maschia nel conno femminino

Lo sperma colerà come l’oro nel crogiolo.

Le tue chiappe hanno vinto, mia tenera puttana!

D’ogni polputo frutto il mistero profondo,

L’umile e asessuata rotondità del mondo,

La luna, a ogni mese, dietro al suo culo vana,

E sgorga dai tuoi occhi per quanto tu li veli

Quell’oscuro chiarore che scende giù dai cieli.

E nel momento in cui il cazzo era giunto al culmine dell’eccitazione, Estelle abbassò i piedi dicendo:

«Mio principe, non facciamolo schizzare nel vagone ristorante, che penserebbero di noi?… Lasciate che vi ringrazi per l’omaggio reso a Corneille in punta al sonetto. Anche se sono sul punto di lasciare la Comédie-Française, tutto quello che riguarda la “Maison” costituisce l’oggetto dei miei costanti interessi».

«Ma», disse Mony, «dopo aver recitato davanti a Francesco Giuseppe, che cosa contate di fare?»

«Il mio sogno», disse Estelle, «è quello di diventare una stella di café-concert».

«Guardatevene bene!», ribatté Mony. «L’oscuro signor Claretie, che fa cadere le stelle, vi intenterà processi senza fine».

«Non preoccuparti di questo, Mony, e recitami piuttosto altri versi prima di andare a nanna».

«Bene», disse Mony, e improvvisò questi delicati sonetti mitologici.

ERCOLE E ONFALE

D’Onfale

Il fondoschiena

Cede frale

A gran pena.

«Senti il cotale

Che lena

Da fiume in piena?»

«Bestiale…

Mi sfondi, cane,

Come fai male!

E però non smontare…».

«Che chiappe sovrane!».

Ed Ercol di netto

Le spacca il didietro.

PIRÀMO E TISBÉ

Madama

Tisbé

Si ama

Da sé.

Curvo Piràmo

Sul canapè

Getta il richiamo

«Ebe ebè».

Dice la bella

«Oh sì sì sì»

E poscia quella

Gode così

Tutta ansimante

Come il suo amante.

«Squisito! Delizioso! Ammirevole! Mony, sei un poeta arcidivino, prendimi nello sleeping car, ho l’anima orgiaiola».

Mony pagò i conti. Mariette e Cornabœux si guardarono languidamente. Nel corridoio Mony fece scivolare cinquanta franchi all’impiegato della Compagnia dei Wagons-Lits, che permise alle due coppie di entrare nello stesso scompartimento:

«Ve la sbrigherete voi con la dogana», disse il principe all’uomo col berretto, «non abbiamo nulla da dichiarare. Tanto per avvertirci, due minuti prima di passare la frontiera busserete alla porta».

Nello scompartimento si spogliarono tutti e quattro. Mariette fu la prima a esser nuda. Mony non l’aveva mai vista così, ma riconobbe le grosse cosce rotonde e la foresta di peli che ombreggiavano la fica rigonfia. Le sue tette svettavano come i cazzi di Mony e di Cornabœux.

«Cornabœux», disse Mony, «inculami mentre io levigherò questa bella figliola».

Estelle ci mise più tempo a spogliarsi, e quando fu nuda Mony si era già introdotto da dietro nella fica di Mariette che, cominciando a godere, agitava il suo grosso posteriore e lo faceva schioccare contro il ventre di Mony.

Cornabœux aveva fatto entrare la sua clava corta e grossa nell’ano dilatato di Mony, che vociava:

«Porca di una ferrovia! Non si riesce a stare in equilibrio».

Mariette chiocciava come una gallina e si muoveva come un tordo fra le vigne. Mony le aveva passato le braccia attorno e le schiacciava i seni. Ammirava intanto la bellezza d’Estelle la cui ferma acconciatura rivelava il tocco di un abile parrucchiere.

Era la donna moderna in tutte le accezioni della parola: capelli ondulati tenuti da pettini di tartaruga il cui colore era intonato con la sapiente decolorazione della chioma. Il corpo era di una grazia ammaliante. Il culo era nervoso e prominente in maniera provocante. Il viso truccato con arte le conferiva l’aspetto piccante di una puttana di gran lusso. I seni erano un poco cascanti ma le stavano bene: erano piccoli, minuti e a forma di pera. Quando li si palpava erano dolci e serici, si sarebbe pensato di toccare le mammelle di una capra da latte, e quand’ella si girava saltellavano come un fazzoletto di batista appallottolato e fatto danzare sulla mano.

Sul pube non aveva che un ciuffetto di peli setosi. Si mise sulla cuccetta e, con una capriola, gettò le sue cosce lunghe e nervose attorno al collo di Mariette che, avendo così la micia della padrona davanti alla bocca, cominciò a leccarla golosamente, affondando il naso tra le chiappe, nel buco del culo. Estelle aveva già scoccato la sua lingua nella fica della servetta e succhiava alternativamente l’interno di una potta in fiamme e il grosso pilone di Mony che vi si muoveva con ardore. Cornabœux si godeva questo spettacolo con beatitudine.

Il suo grosso cazzo, entrato sino all’elsa nel culo villoso del principe, andava e veniva lentamente. Lanciò due o tre bei peti che ammorbarono l’atmosfera aumentando il godimento del principe e delle due donne. D’un tratto Estelle prese a dimenarsi spaventosamente; il suo culo incominciò a danzare davanti al naso di Mariette, i cui mugolii e le cui rotazioni culine divennero ancora più forti.

Estelle lanciava a destra e a sinistra le gambe inguainate di seta nera e calzate con scarpe dai tacchi Luigi XV.

Muovendosi in quel modo, inflisse un colpo terribile al naso di Cornabœux che rimase stordito e si mise a sanguinare copiosamente. «Puttana», urlò Cornabœux, e per vendicarsi pizzicò violentemente il culo di Mony. Costui, travolto dalla rabbia, morse atrocemente la spalla di Mariette che scaricò smaniando. Per il dolore costei piantò i denti nella fica della padrona che, istericamente, le chiuse le cosce intorno al collo.

«Soffoco!», articolò a stento Mariette.

Ma nessuno l’ascoltava. La stretta delle cosce si fece più forte. Il volto di Mariette divenne violaceo, la sua bocca schiumante incollata alla fica dell’attrice.

Mony scaricava, urlando, in una fica inerte. Cornabœux, gli occhi fuori dalle orbite, scagliava il suo sperma nel culo di Mony, dichiarando con voce stremata:

«Se non resti incinto, non sei un uomo!».

I quattro personaggi si erano afflosciati. Distesa sulla cuccetta, Estelle digrignava i denti e menava pugni da ogni parte agitando le gambe. Cornabœux pisciava dallo sportello. Mony cercava di ritirare il cazzo dalla fica di Mariette. Ma non c’era modo. Il corpo della servetta non si muoveva più.

«Lasciami uscire», le diceva Mony, e la accarezzava, poi le pizzicò le chiappe, la morse, ma non valse a nulla.

«Vieni ad allargarle le cosce, è svenuta!», disse Mony a Cornabœux. Fu con gran fatica che Mony riuscì a estrarre il cazzo dalla fica che si era spaventosamente rinserrata.

Cercarono poi di far rinvenire Mariette, ma tutto fu vano.

«Merda! È crepata!», dichiarò Cornabœux.

Era vero, Mariette era morta, strangolata dalle gambe della sua padrona, era morta, irrimediabilmente morta.

«Stiamo freschi!», disse Mony.

«È questa porca la causa di tutto», disse Cornabœux rivolgendosi a Estelle che cominciava a calmarsi.

E prendendo una spazzola da capelli nel nécessaire di Estelle, si mise a picchiarla con violenza.

Le setole della spazzola la pungevano a ogni colpo. Tale punizione sembrava eccitarla enormemente.

In quel momento bussarono alla porta.

«È il segnale convenuto», disse Mony, «tra qualche istante passeremo la frontiera. Bisogna, l’ho giurato, dare una botta metà in Francia e metà in Germania. Infila la morta».

Mony col cazzo per aria si gettò su Estelle che, a cosce spalancate, lo accolse nella sua fica ardente gridando:

«Caccialo fino in fondo, dài!… Dài!…».

Le spinte del suo culo avevano un che di demoniaco, la sua bocca lasciava colare una bava che si mescolava al trucco, scendendo infetta sul mento e sul petto. Mony le mise la lingua in bocca e le schiaffò il manico della spazzola nel buco del culo.

Per effetto di questa nuova voluttà, Estelle morse così violentemente la lingua di Mony che egli dovette pizzicarla a sangue per farla smettere.

Nel frattempo Cornabœux aveva rigirato il cadavere di Mariette, il cui viso violaceo era spaventoso. Allargò le chiappe e fece entrare faticosamente il suo cazzo enorme nell’apertura sodomitica. Allora diede libero corso alla sua ferocia naturale. Le sue mani strapparono a ciocca a ciocca i capelli biondi della morta. I suoi denti lacerarono il dorso di una bianchezza polare e il sangue vermiglio che zampillò, subito coagulato, sembrava sparso sulla neve.

Un po’ prima di godere introdusse la mano nella vulva ancora tiepida e facendovi entrare tutto il braccio si mise a tirar fuori le budella della sventurata cameriera.

Nel momento in cui godette aveva già estratto due metri di visceri e se ne era circondata la vita come una cintura di salvataggio.

Scaricò vomitando il pasto sia per le vibrazioni del treno sia per le emozioni provate.

Mony era appena venuto e guardava con stupore il suo cameriere colto da spaventosi singulti mentre vomitava sul misero cadavere.

Tra i capelli insanguinati, le budella e il sangue si mescolavano al vomito.

«Porco infame», gridò il principe, «lo stupro di questa fanciulla morta che tu dovevi sposare secondo la mia promessa peserà enormemente su di te nella valle di Giosafat. Se non ti amassi tanto, ti ucciderei come un cane».

Cornabœux si alzò grondando sangue e trattenendo gli ultimi conati di vomito. Indicò Estelle i cui occhi dilatati contemplavano con orrore lo spettacolo immondo:

«È lei la causa di tutto!», disse.

«Non essere crudele», rispose Mony, «lei ti ha dato l’occasione per soddisfare i tuoi gusti di necrofilo».

E poiché stavano passando su un ponte, il principe si avvicinò allo sportello per contemplare il romantico panorama del Reno che dispiegava i suoi splendori verdeggianti, avanzando in ampli meandri sino all’orizzonte.

Erano le quattro del mattino, alcune vacche pascolavano nei prati, e dei bimbi già danzavano sotto tigli germanici. Una musica di pifferi monotona e mortuaria annunciava la presenza di un reggimento prussiano e la melopea si mescolava tristemente al rumore di ferraglia del ponte e al sordo accompagnamento del treno in marcia. Villaggi felici animavano le sponde dominate da borghi centenari, e le vigne renane ostentavano all’infinito il loro mosaico regolare e prezioso.

Quando Mony si girò, vide il sinistro Cornabœux seduto sul viso di Estelle. Il suo culo di colosso copriva il volto dell’attrice. Aveva cacato e la merda infetta e molle cadeva da tutte le parti.

Aveva in mano un enorme coltello con cui lavorava il ventre palpitante. Il corpo dell’attrice aveva brevi sussulti.

«Aspetta», disse Mony, «resta seduto».

E stendendosi sulla moribonda fece entrare il cazzo duro nella fica morente.

Godette così degli estremi spasimi dell’assassinata, i cui ultimi dolori dovettero essere atroci, e bagnò le braccia nel sangue caldo che sgorgava dal ventre. Quand’ebbe scaricato, l’attrice non si muoveva più. Era rigida e i suoi occhi arrovesciati erano pieni di merda.

«Ora», disse Cornabœux, «bisogna squagliarsela».

Si ripulirono e si vestirono. Erano le sei del mattino. Scavalcarono lo sportello e coraggiosamente si stesero sul predellino del treno lanciato a tutta velocità. Poi, a un segnale di Cornabœux, si lasciarono dolcemente cadere sulla massicciata della ferrovia.

Si rialzarono un po’ storditi, ma indenni, e salutarono con un gesto deciso il treno che già rimpiccioliva allontanandosi.

«Era ora!», disse Mony.

Raggiunsero la città più vicina, si riposarono due giorni e poi ripresero il treno per Bucarest.

Il duplice assassinio dell’Orient Express alimentò i giornali per sei mesi. Gli assassini non si trovarono e il crimine fu attribuito a Jack lo Squartatore, che ha le spalle larghe.

A Bucarest, Mony ritirò l’eredità del viceconsole di Serbia. Le sue relazioni con la colonia serba fecero sì che ricevesse, una sera, un invito a trascorrere la serata da Natascia Kolowitch, moglie di un colonnello imprigionato per la sua ostilità alla dinastia degli Obrenovitch.

Mony e Cornabœux si presentarono verso le otto di sera.

La bella Natascia era in un salotto con drappi neri, illuminato da ceri gialli e decorato con tibie e teschi:

«Principe Vibescu», disse la dama, «state per assistere a una seduta segreta del comitato antidinastico di Serbia. Questa sera si voterà, senza dubbio, la morte dell’infame Alessandro e di quella puttana di sua moglie Draga Machine; si tratta di rimettere il re Pietro Karageorgevitch sul trono dei suoi avi. Se rivelerete ciò che vedrete e udrete, una mano invisibile vi ucciderà, ovunque voi siate».

Mony e Cornabœux si inchinarono. I congiurati arrivarono a uno a uno. Il giornalista parigino André Bar era l’anima del complotto. Giunse, funereo, avvolto in una cappa spagnola. I congiurati si spogliarono e la bella Natascia mise in mostra la sua nudità meravigliosa. Il suo culo risplendeva e il ventre spariva sotto un tosone nero e ricciuto che saliva fino all’ombelico.

La donna si distese su di un tavolo ricoperto di un drappo nero. Entrò un pope in vesti sacerdotali, dispose i vasi sacri e cominciò a dir messa sul ventre di Natascia. Mony si ritrovò vicino a lei che gli prese il cazzo e cominciò a ciucciarglielo mentre la messa procedeva. Cornabœux si era gettato su André Bar e lo inculava mentre costui liricamente pronunciava:

«Io lo giuro, per questo enorme cazzo che mi rallegra fino in fondo all’anima, la dinastia degli Obrenovitch ha le ore contate. Spingi Cornabœux! La tua inculata mi fa arrapare».

Piazzandosi dietro a Mony, lo inculò mentre costui scaricava il suo sperma nella bocca della bella Natascia. Vedendo ciò, tutti i congiurati si incularono freneticamente. Nella sala non rimasero che nervosi culi di uomini ai quali dei cazzi formidabili fungevano da manico.

Il pope se lo fece menare due volte da Natascia e il suo sperma ecclesiastico si sparse sul corpo della bella colonnella.

Fu introdotta una strana coppia: un ragazzino di dieci anni in marsina, con un gibus sotto il braccio, accompagnato da una bambina stupenda che non aveva più di otto anni: era vestita da sposa, con un abito di satin bianco completato da un bouquet di fiori d’arancio.

Il pope fece un discorso e li sposò con lo scambio dell’anello. Poi li si invitò a fornicare. Il ragazzino tirò fuori un pisellino grande come un mignolo e la sposina, tirando su le sue gonne di gala, mostrò le coscette bianche fra cui si schiudeva una minuscola fessura imberbe e rosea come l’interno del becco aperto di una ghiandaia appena nata.

Un silenzio religioso calò sull’assemblea. Il ragazzino cercò d’infilare la bambina. Siccome non ci riusciva gli vennero tolti i calzoni e, per eccitarlo, Mony lo sculacciò delicatamente mentre Natascia con la punta della lingua stuzzicava il piccolo glande e le ballotte. Il ragazzo cominciò a rizzare e poté così spulzellare la bambina. Quando si furono dati da fare per una decina di minuti vennero separati e Cornabœux, afferrato il bambino, gli sfondò il didietro con la sua daga possente.

Mony non poté reprimere il desiderio di farsi la bambina. La prese, se la mise a cavalluccio sulle cosce e le cacciò nella minuscola vagina il suo bastone animato.

I due bimbi lanciavano grida spaventevoli, e il sangue colava giù per i cazzi di Mony e di Cornabœux.

Poi si piazzò la bambina sopra Natascia e il pope, che aveva appena terminato la messa, le tolse la gonna e si mise a picchiare il suo culetto bianco e affascinante. Natascia allora si alzò e inforcando André Bar, seduto su una poltrona, si fece penetrare dall’enorme cazzo del congiurato. E diedero il via a quello che gli inglesi chiamano un vigoroso San-Giorgio.

Il bambino, in ginocchio davanti a Cornabœux, gli poppava il dardo piangendo a calde lacrime. Mony inculava la bambina che si dibatteva come un coniglio che si sta per sgozzare. Gli altri congiurati si inculavano con visi spaventosi. Poi Natascia si alzò e rigirandosi porse il culo a tutti i congiurati che lo baciarono a uno a uno.

In quel momento fece entrare una nutrice dal viso di madonna e le cui poppe erano gonfie di un latte generoso. La si fece mettere a quattro zampe e il pope si diede a mungerla come una vacca nei calici sacri.

Mony inculò la nutrice, il cui culo, d’un biancore abbagliante, era teso fino a spaccarsi. Si fece pisciare la bambina fino a riempire il calice. I congiurati si comunicarono così sotto le specie del latte e della pipì.

Poi, afferrando le tibie, giurarono la morte di Alexandre Obrenovitch e della moglie Draga Machine.

La serata terminò in modo infame. Si fecero salire delle vecchie, la più giovane delle quali aveva settantaquattro anni e i congiurati le inforcarono in tutti i modi possibili. Mony e Cornabœux si ritirarono disgustati verso le tre del mattino. Rientrato in casa, il principe si mise nudo e offrì il suo bel culo al crudele Cornabœux che lo inculò otto volte di seguito senza mai sfilarsi. Essi chiamavano queste sedute giornaliere le loro godutine penetranti.

Per un certo periodo Mony condusse a Bucarest questa vita monotona. Il re di Serbia e sua moglie furono assassinati a Belgrado. Il loro omicidio appartiene alla storia ed è già stato giudicato in vari modi. In seguito scoppiò la guerra tra il Giappone e la Russia.

Un bel mattino il principe Mony Vibescu, tutto nudo e bello come l’Apollo del Belvedere, si faceva un sessantanove con Cornabœux. Si succhiavano entrambi golosamente i reciproci zuccherini, soppesando con voluttà dei rulli che non avevano niente a che vedere con quelli dei fonografi. Scaricarono simultaneamente e il principe aveva la bocca piena di sperma quando un cameriere, inglese e compuntissimo, entrò porgendo una lettera su di un vassoio d’argento dorato.

La lettera annunciava al principe Vibescu che era stato nominato tenente in Russia, nel contingente straniero dell’armata del generale Kuropatkin.

Il principe e Cornabœux manifestarono il loro entusiasmo inculandosi a vicenda. Poi si equipaggiarono e si recarono a San Pietroburgo prima di raggiungere il loro corpo d’armata.

«La guerra mi piace», dichiarò Cornabœux, «e i culi dei giapponesi devono essere gustosi».

«Le fiche delle giapponesi sono certamente dilettevoli», aggiunse il principe arricciandosi i mustacchi.

Capitolo quinto

«Sua Eccellenza il generale Kokodzyov non può ricevere in questo momento. Sta intingendo il panino nell’uovo à la coque».

«Ma», rispose Mony al portiere, «io sono il suo ufficiale d’ordinanza. Voialtri, petropolitani, siete ridicoli coi vostri continui sospetti… Vedete la mia uniforme! Se mi hanno convocato a San Pietroburgo non sarà stato, suppongo, per farmi subire i rabbuffi dei portieri?»

«Mostrate i documenti!», disse il cerbero, un tartaro colossale.

«Eccoli», rispose seccamente il principe mettendo il suo revolver sotto il naso del portiere che s’inchinò terrorizzato per lasciar passare l’ufficiale.

Mony salì rapidamente (facendo tintinnare gli speroni) al primo piano del palazzo del generale principe Kokodzyov col quale doveva partire per l’Estremo Oriente. Tutto era deserto e Mony, che aveva visto il generale soltanto il giorno prima presso lo zar, si stupiva di una tale accoglienza. Il generale nondimeno gli aveva dato appuntamento proprio a quell’ora. Mony aprì una porta e penetrò in un grande salone deserto e buio che attraversò mormorando:

«Parola mia, vada come vada, il vino è spillato, tanto vale berlo. Continuiamo a indagare».

Aprì un’altra porta che si richiuse da sola dietro di lui. Si trovò in una stanza ancora più oscura della precedente. Una dolce voce di donna disse in francese:

«Fiodor, sei tu?»

«Sì, sono io, amor mio!», disse a voce bassa, ma con decisione, Mony il cui cuore batteva da spezzarsi.

Avanzò rapidamente verso il punto da cui proveniva la voce e trovò un letto. Vi era sdraiata una donna tutta vestita. Costei abbracciò Mony appassionatamente dardeggiandogli la lingua in bocca. Lui contraccambiò le sue carezze. Le rialzò la gonna. Lei allargò le cosce. Le sue gambe erano nude e un profumo delizioso di verbena esalava dalla sua pelle di seta, mischiato agli effluvi dell’odor di femmina. La sua fica, in cui Mony aveva spinto la mano, era umida. Lei mormorava:

«Facciamo l’amore… non ne posso più… Cattivo, sono otto giorni che non ti fai vedere».

Ma Mony, invece di rispondere, tirò fuori il suo palo minaccioso e, ben armato, salì sul letto e fece entrare la daga furibonda nella fessura pelosa della sconosciuta che subito agitò le chiappe dicendo:

«Entra bene… mi fai godere…».

Nello stesso istante portò la mano alla base del membro che le faceva festa e si mise a tastare quelle due piccole palle che fungono da ciondoli e che si chiamano testicoli, non, come si dice comunemente, perché sono testimoni alla consumazione dell’atto amoroso, ma piuttosto perché sono le piccole teste contenenti la materia cerebrale che scaturisce dalla mentula o piccola mente, così come la testa contiene il cervello che è la sede di tutte le funzioni mentali.

La mano della sconosciuta tastava accuratamente i coglioni di Mony. Tutto a un tratto gettò un grido e con un colpo di culo sloggiò il suo fottitore:

«Voi mi ingannate, signore», gridò, «il mio amante ne ha tre».

Saltò giù dal letto, girò un interruttore e la luce fu.

La stanza era ammobiliata semplicemente: un letto, delle sedie, un tavolo, una toilette, una stufa. Sul tavolo c’era qualche fotografia e una di esse rappresentava un ufficiale dall’aspetto brutale, vestito con l’uniforme del reggimento di Préobrajenski.

La sconosciuta era alta. Aveva i bei capelli castani un po’ in disordine. Il corsetto aperto metteva in mostra un petto ricolmo, dai seni bianchi venati di blu che riposavano dolcemente in un nido di pizzo. La sua gonna era stata castamente riabbassata. In piedi, con un viso che esprimeva a un tempo collera e stupore, fronteggiava Mony seduto sul letto col palo per aria e le mani intrecciate sull’impugnatura della sciabola.

«Signore», disse la giovane donna, «la vostra insolenza è degna del Paese che servite. Mai un francese avrebbe avuto la cafonaggine di approfittare come voi avete fatto di una circostanza così imprevista. Uscite, ve lo comando».

«Signora o Signorina», rispose Mony, «io sono un principe rumeno, nuovo ufficiale di stato maggiore del principe Kokodzyov. Essendo appena giunto a San Pietroburgo, non conosco gli usi di questa città, e non avendo potuto entrare qui, benché avessi un appuntamento col mio capo, se non minacciando il portiere con la rivoltella, mi sarebbe parso di comportarmi da sconsiderato non soddisfacendo una donna che sembrava bisognosa di sentire un membro nella propria vagina».

«Avreste almeno dovuto», disse la sconosciuta guardando quel membro virile di misura superiore, «avvertirmi che non eravate Fiodor, e ora andatevene».

«Ahimè!», gridò Mony, «eppure siete parigina, non dovreste essere una santocchia… Ah! Chi mi renderà Alexine Mangetout e Culculine d’Ancône!».

«Culculine d’Ancône!», esclamò la giovane, «voi conoscete Culculine? Io sono sua sorella, Hélène Verdier; Verdier è anche il suo vero nome e io sono istitutrice della figlia del generale. Ho un amante, Fiodor. È ufficiale. Ha tre palle».

In quel momento si udì un gran baccano nella strada. Hélène andò a vedere. Mony guardò dietro di lei. Passava il reggimento di Préobrajenski. La musica suonava una vecchia aria sulla quale i soldati cantavano tristemente:

Ah! Ti fottan la mamma!

Povero contadino, parti in guerra,

E la tua donna si farà montare

Da tutti i tuoi torelli che hai in stalla.

Tu il cazzo intanto ti farai grattare

Da mosche siberiane

Ma non glielo lasciare

Il venerdì, che è giorno di vigilia,

E non dar loro manco un po’ di zucchero.

Ché con gli ossi dei morti l’hanno fatto.

Fratelli contadini, noi facciamoci

Le cavalline che hanno gli ufficiali.

Han pur sempre le fiche meno larghe

Di quelle delle Tartare.

Ah! Ti fottan la mamma!

Improvvisamente la musica cessò, Hélène emise un grido. Un ufficiale girò la testa. Mony, che aveva appena visto la sua fotografìa, riconobbe Fiodor il quale salutò con la sciabola gridando:

«Addio Hélène, parto per la guerra… non ci rivedremo mai più».

Hélène divenne bianca come una morta e cadde svenuta tra le braccia di Mony che la portò sul letto.

Le tolse per prima cosa il corsetto e i seni si drizzarono. Erano due superbe tette col capezzolo rosa. Le succhiò un po’, poi slacciò la gonna e gliela tolse, come pure la sottoveste e il busto. Hélène restò in camiciola. Mony rialzò eccitatissimo la tela bianca che nascondeva i tesori incomparabili di due gambe perfette. Le calze salivano fino a metà coscia, e le cosce erano rotonde come torri d’avorio. Nel bassoventre si celava la grotta misteriosa in un bosco consacrato, fulvo come gli autunni. Il vello era spesso, e le labbra strette della fica non lasciavano intravvedere che una riga simile a una tacca mnemonica sui pali che servivano da calendario agli Incas.

Mony rispettò lo svenimento di Hélène. Le tolse le calze e cominciò a succhiarle le dita dei piedi, che erano graziosi, paffuti come quelli di un bebè. La lingua del principe iniziò dalle dita del piede destro. Leccò coscienziosamente l’unghia dell’alluce poi passò tra le giunture. Si fermò lungamente sul mignolo che era piccolo piccolo. Si accorse che il piede destro sapeva di lampone. La lingua lecchina frugò poi tra le pieghe del piede sinistro nel quale Mony trovò un sapore che gli ricordava il prosciutto di Magonza.

In quel momento Hélène aprì gli occhi e si mosse. Mony sospese i suoi esercizi di lecchinaggio e guardò la graziosa ragazza alta e formosa stirarsi in pandiculazione. La sua bocca aperta per uno sbadiglio mostrò una lingua rossa tra i denti corti ed eburnei. Poi sorrise.

HÉLÈNE: Principe, in che stato mi avete messa?

MONY: Hélène! È per il vostro bene che vi ho messa a vostro agio. Sono stato per voi un buon samaritano. Una buona azione non va mai perduta e io ho trovato una ricompensa squisita nella contemplazione delle vostre grazie. Voi siete squisita e Fiodor è un gran fortunato.

HÉLÈNE: Non lo vedrò mai più, ahimè! I giapponesi lo uccideranno.

MONY: Vorrei proprio rimpiazzarlo, ma disgraziatamente non ho tre coglioni.

HÉLÈNE: Non parlare così, Mony, tu non ne hai tre, è vero, ma ciò che hai vale quanto il suo.

MONY: Parli sul serio, piccola puttanella? Aspetta che slacci il cinturone… ecco fatto. Fammi vedere il tuo culo… come è grosso, rotondo, paffuto… Si direbbe un angelo che stia soffiando… Ecco! Bisogna che ti sculacci in onore di tua sorella Culculine… clic, clac, pan…

HÉLÈNE: Ahi, ahi, ahi! Mi fai ribollire, sono tutta bagnata.

MONY: Come sono fitti i tuoi peli… clic, clac; bisogna assolutamente che faccia arrossire il tuo faccione posteriore. Ecco, non è corrucciato, quando ti muovi un po’ si direbbe che rida.

HÉLÈNE: Avvicinati, che ti sbottoni, fammelo vedere questo bambinone che vuole riscaldarsi nel seno della sua mamma. Quanto è bellino! Ha una piccola testa rossa senza capelli. Però ha dei peli in basso, alla radice, e sono duri e neri. Com’è bello quest’orfanello… Mettimelo, su! Mony, voglio popparlo, succhiarlo, farlo scaricare…

MONY: Aspetta che ti faccia un po’ foglia di rosa…

HÉLÈNE: Ah, è bello, sento la tua lingua nella fessura del mio culo… entra e fruga le pieghe della mia rosetta. Non lo maltratterai troppo il mio povero buchino, non è vero, Mony? Toh! Ecco il mio culetto. Ah! Hai ficcato la faccia tra le mie chiappe… ecco, ti mollo un peto… ti chiedo scusa, ma non ho potuto trattenermi!… Ah! I tuoi baffi mi pungono e tu sbavi… Maiale… tu sbavi. Dammelo, il tuo pilone, che te lo succhi… Ho sete…

MONY: Ah, Hélène, com’è abile la tua lingua. Se insegni l’ortografia così bene come mi fai la punta alla matita devi essere un’istitutrice straordinaria… Oh! Mi pilucchi il buco del glande con la lingua… ora la sento alla base del glande… mi forbisci il filetto con la tua lingua calda. Ah, fellatrice senza pari, tu slingui incomparabilmente… Non succhiare così forte! Mi prendi il glande tutto quanto nella tua boccuccia, mi fai male.,. Ah! Ah! Ah! Mi solletichi tutto il cazzo… Ah! Ah! Non mi schiacciare le palle… i tuoi denti sono aguzzi… Sì, riprendi la testa della clava, è là che bisogna lavorare… Ti piace molto il glande?… Piccola troia… Ah! Ah! Ah! Ah!… io… Ven…go… porcona… s’è inghiottita tutto… Dài! Dammi la tua ficona, che ti manovro fino a che ritornerò duro…

HÉLÈNE: Vacci più forte… agita bene la lingua sul mio bocciolo… lo senti che si ingrossa il mio clitoride?… Senti… fammi le forbici… così… infila bene il pollice nella fica e l’indice nel culo. Ah! Che bello!… Che bello!… Oh! Senti il mio ventre che gorgoglia di piacere?… Così, la tua mano sinistra sulla mia tetta sinistra… schiaccia la fragola… godo… Oh… senti il mio culo che si agita, i miei colpi di reni?… Porco! Che bello… vieni, prendimi. Presto, dammi il tuo palo che te lo succhio per fartelo rizzare ben duro: sistemiamoci per un sessantanove, tu su di me.

Sei bello duro, maiale, non c’è voluto molto, infilami… Aspetta, ci sono dei peli impigliati. Succhiami le tette… così, che bello!… Entra bene in fondo… Lì, resta così, non te ne andare… Ti stringo… chiudo le chiappe… che bello… muoio… Mony… mia sorella l’hai fatta godere così tanto?… Spingi bene… mi arriva fino in fondo all’anima… mi fa godere come se morissi… non ne posso più… Mony caro… partiamo insieme. Ah! Non ne posso più, mi bagno tutta… scarico.

Mony ed Hélène scaricarono nel medesimo istante.

Poi lui le forbì la fica con la lingua e lei fece altrettanto con il cazzo.

Mentre egli si ricomponeva ed Hélène si rivestiva, si sentirono delle grida di dolore lanciate da una donna.

«Non è nulla», disse Hélène, «picchiano Nadeja; è la cameriera di Wanda, figlia del generale e mia allieva».

«Fammi vedere la scena», disse Mony.

Hélène, vestita a mezzo, condusse Mony in una stanza buia e vuota, con una falsa finestra interna a vetri che dava su una camera di fanciulla. Wanda, la figlia del generale, era una graziosa personcina di diciassette anni. Brandiva una nagaika e sferzava una donna bionda e bellissima che stava a quattro zampe davanti a lei con le gonne rialzate. Era Nadeja. Il suo culo era meraviglioso, enorme, ben tornito. Si dondolava sotto un vitino inverosimilmente sottile. Ogni colpo di nagaika la faceva trasalire e il culo sembrava gonfiarsi. Era istoriato con una croce di Sant’Andrea, segno lasciato dalla temibile nagaika.

«Padrona, non lo farò più», gridava la fustigata, e il suo culo si rialzava mostrando una fica ben aperta, ombreggiata da una foresta di peli color biondo stoppa.

«Vattene ora», gridò Wanda rifilando una pedata nella fica di Nadeja che fuggì urlando.

Poi la giovane andò ad aprire uno stanzino da cui uscì una ragazzina di tredici o quattordici anni, magra e bruna, di aspetto vizioso.

«È Ida, la figlia del dragomanno dell’ambasciata di Austria e Ungheria», sussurrò Hélène all’orecchio di Mony, «se la intende con Wanda».

In effetti la ragazzina gettò Wanda sul letto, le tirò su la gonna e mise allo scoperto una foresta di peli, foresta ancora vergine, dalla quale spuntava un clitoride lungo come un mignolo, che lei si mise a succhiare freneticamente.

«Succhia bene, Ida mia», diceva amorosamente Wanda, «io sono molto eccitata e anche tu lo devi essere. Nulla è eccitante quanto frustare un grosso culo come quello di Nadeja. Non succhiare più ora… ora ti prendo».

La ragazzina si piazzò con le gonne rialzate vicino alla ragazza più alta. Le grosse gambe di questa contrastavano singolarmente con le cosce sottili, brune e nervose dell’altra.

«È curioso», disse Wanda, «che io ti abbia spulzellata col mio clitoride, e che io sia ancora vergine».

Ma l’atto era incominciato. Wanda stringeva furiosamente la sua piccola amica. Accarezzò un momento la sua fichetta ancora quasi imberbe. Ida diceva: «Wandina mia, maritino mio, quanti peli hai, prendimi!».

Bentosto il clitoride entrò nella fessura di Ida e il bel culo grassoccio si agitò furiosamente.

Mony, che questo spettacolo faceva andare fuori di sé, passò una mano sotto la gonna di Hélène e la menò sapientemente. Lei gli rese la pariglia prendendo a piene mani la sua gran proboscide, e, mentre le due lesbiche si stringevano perdutamente, lei lavorò lentamente la gran proboscide dell’ufficiale. Scappellato, il membro fumava. Mony tendeva i garretti e pizzicava nervosamente il piccolo bocciolo rosa di Hélène. A un tratto Wanda, rossa e scarmigliata, si alzò da sopra la sua piccola amica che, prendendo una candela dal candeliere, ultimò l’opera iniziata dal clitoride ben sviluppato della figlia del generale. Wanda andò alla porta, e chiamò Nadeja che arrivò spaventata. La bella bionda, su ordine della sua padrona, slacciò il busto e fece uscire i suoi grossi seni, poi alzò la gonna e porse il culo. Il clitoride in erezione di Wanda penetrò subito tra quelle chiappe di seta, in mezzo alle quali ella fece un movimento di va-e-vieni come un uomo. La piccola Ida, il cui petto ora nudo era incantevole ma piatto, continuò a giocare con la sua candela, seduta fra le gambe di Nadeja, a cui succhiò sapientemente la fica. Mony scaricò in quel momento per la pressione delle dita di Hélène e lo sperma andò a spiaccicarsi sul vetro che li separava dalle due viziosette. Ebbero paura che si accorgessero della loro presenza e si allontanarono.

Passarono allacciati in un corridoio:

«Che significa», chiese Mony, «la frase che mi ha detto il portiere: “Il generale sta intingendo il panino nel suo uovo à la coque”?»

«Guarda», rispose Hélène, e, da una porta semiaperta che permetteva di vedere quel che accadeva nello studio del generale, Mony scorse il suo capo in piedi, in procinto d’inculare un ragazzino affascinante. I riccioli castani gli ricadevano sulle spalle. Gli occhi blu angelici avevano in sé l’innocenza degli efebi che gli dèi fanno morire giovani perché li amano. Il suo bel culo bianco e sodo sembrava accettare non senza pudore il dono virile che gli faceva il generale, abbastanza somigliante a Socrate.

«Il generale», disse Hélène, «alleva lui stesso suo figlio, che ha dodici anni. La metafora del portiere non era particolarmente esplicita perché, piuttosto che nutrirsi da solo, il generale ha individuato questo metodo conveniente per nutrire e arricchire lo spirito del suo rampollo maschio. Gli inculca dalle fondamenta una scienza che mi sembra piuttosto solida, e il giovane principe potrà senza vergogna, più tardi, fare bella figura nei consigli dell’Impero.

«L’incesto», disse Mony, «fa miracoli».

Il generale sembrava al culmine del piacere, e strabuzzava gli occhi bianchi iniettati di sangue.

«Serge», gridò con voce arrochita, «senti bene lo strumento che, non pago d’averti generato, si è ugualmente assunto il compito di renderti un giovane perfetto? Ricordati, Sodoma è un simbolo civilizzatore. L’omosessualità ha reso gli uomini simili a dèi e tutte le disgrazie provengono da quel desiderio che sessi diversi pretendono di nutrire l’uno per l’altro. Non c’è che un modo, oggi, di salvare la sventurata e santa Russia, ed è quello che gli uomini, filopedi, facciano definitiva professione di amore socratico per gli ingroppati, mentre le donne andranno alla roccia di Leucade a prender lezioni di saffismo».

Ed emettendo un rantolo di voluttà, scaricò nell’affascinante culo del figlio.

Capitolo sesto

L’assedio a Port Arthur era cominciato. Mony e il suo attendente Cornabœux vi erano asserragliati con le truppe del coraggioso Stoessel.

Mentre i giapponesi cercavano di forzare la cinta fortificata col filo spinato, i difensori della piazza si consolavano delle cannonate che a ogni istante minacciavano di ucciderli frequentando con assiduità i café chantant e i bordelli che erano rimasti aperti.

Quella sera Mony aveva abbondantemente cenato in compagnia di Cornabœux e di alcuni giornalisti. Avevano mangiato un eccellente filetto di cavallo, dei pesci pescati nel porto e ananas conservati; il tutto annaffiato da un eccellente champagne.

A dire il vero il dessert era stato interrotto dall’inopinato arrivo di un obice che scoppiando aveva distrutto parte del ristorante e ucciso qualche avventore. Mony era tutto elettrizzato dall’avventura, e aveva, con sangue freddo, acceso il suo sigaro alla tovaglia che aveva preso fuoco. Poi se n’era andato con Cornabœux verso un caffè-concerto.

«Quel dannato generale Kokodzyov», diceva strada facendo, «era senza dubbio uno stratega notevole, aveva previsto l’assedio di Port Arthur e verosimilmente mi ha mandato qui per vendicarsi del fatto che avevo scoperto le sue relazioni incestuose col figlio. Come Ovidio espio la colpa dei miei occhi, ma non scriverò né i Tristia né le Pontiche. Preferisco godere del tempo che mi resta da vivere».

Qualche palla di cannone passò sibilando al di sopra delle loro teste, scavalcarono una donna che giaceva tagliata in due da una palla e giunsero così alle Delices du petit pére.

Era la taverna chic di Port Arthur. Entrarono. La sala era piena di fumo. Una sciantosa tedesca, rossa e straripante, cantava con un forte accento berlinese, applaudita freneticamente da quegli spettatori che capivano il tedesco. Poi quattro girls inglesi, delle sisters qualsiasi, vennero a danzare un passo di giga, complicato da un cake-walk e da una matchiche. Erano proprio delle belle figliole. Lanciavano in alto le loro gonne frusciami per mostrare dei mutandoni guarniti di fronzoli, ma per fortuna aperti, così da lasciar intravvedere le grosse chiappe incorniciate dalla batista dell’indumento, o i peli che smorzavano la bianchezza dei loro ventri. Quando alzavano le gambe le loro fiche s’aprivano tutte muschiose. Cantavano My Cosy Corner Girl e furono più applaudite della ridicola Fräulein che le aveva precedute.

Certi ufficiali russi, probabilmente troppo poveri per pagarsi delle donne, se lo menavano coscienziosamente, contemplando con occhi dilatati quello spettacolo paradisiaco nel senso maomettano.

Di tanto in tanto un potente getto di sperma schizzava da uno di quei cazzi per andare a spiaccicarsi sull’uniforme o anche sulla barba di un vicino.

Dopo le girls, l’orchestra attaccò una marcia fragorosa e si presentò sulla scena l’attrazione principale. Era costituita da una spagnola e da uno spagnolo. I loro costumi toreadoreschi produssero una viva impressione sugli spettatori che intonarono un Bojè Tsaria Krany di circostanza.

La spagnola era una superba ragazza piazzata a dovere. Occhi nerissimi le brillavano nel pallido viso d’un ovale perfetto. Aveva le anche ben tornite e le paillette del suo vestito erano abbacinanti.

Il torero, agile e robusto, dimenava anch’egli un fondoschiena la cui mascolinità doveva presentare certamente qualche vantaggio.

L’interessante coppia lanciò dapprima nella sala, con la mano destra, mentre la sinistra posava sull’anca arcuata, una coppia di baci che fecero furore. Poi danzarono lascivamente alla moda del loro Paese. Successivamente la spagnola sollevò la gonna fino all’ombelico e la fermò in modo da rimaner scoperta fin lì. Le sue lunghe gambe erano inguainate da calze di seta rossa che salivano fino ai tre quarti della coscia. Là erano fissate al corsetto da giarrettiere dorate cui venivano ad annodarsi dei nastri di seta che trattenevano una fascia di velluto nero, posta sulle chiappe in modo da mascherare il buco del culo. La fica era nascosta da un vello nero-blu tutto ricciuto.

Il torero, cantando, tirò fuori un cazzo lunghissimo e durissimo. Danzarono così, col ventre proteso, come a cercarsi e a sfuggirsi. Il ventre della giovane ondeggiava come un mare divenuto improvvisamente solido; così la spuma mediterranea si condensò per formare il puro ventre di Afrodite.

D’un tratto, e come per incanto, il cazzo e la fica di quegli istrioni si unirono, e si sarebbe potuto credere che avrebbero semplicemente copulato sulla scena.

Invece no.

Con il cazzo ben alloggiato il torero sollevò la giovane donna che ripiegò le gambe e non toccò più terra.

Egli fece qualche passo. Poi, avendo gli inservienti del teatro teso un cavo di ferro tre metri sopra la testa degli spettatori, egli vi montò sopra, e, funambolo osceno, portò a spasso così la sua compagna, al di sopra degli spettatori congestionati, attraverso la sala. Infine tornò rinculando sul palco. Gli spettatori applaudirono da far crollare il teatro e ammirarono molto le forme della spagnola il cui culo mascherato, essendo costellato di fossette, sembrava sorridere.

Poi fu la volta della donna. Il torero ripiegò le ginocchia e, saldamente immanicato nella fica della compagna, si lasciò anch’egli portare a spasso sulla corda tesa.

Questa fantasia funambolesca aveva eccitato Mony.

«Andiamo al bordello», disse a Cornabœux.

Les samouraï joyeux era l’accattivante nome del lupanare alla moda durante l’assedio di Port Arthur.

Era tenuto da due uomini, due anziani poeti simbolisti che si erano sposati per amore a Parigi ed erano venuti a nascondere la loro felicità in Estremo Oriente. Vi esercitavano il redditizio mestiere dei tenutari di bordello e vi si trovavano bene. Si vestivano da donna e si chiamavano «signorine», pur senza aver rinunciato ai baffi e ai nomi maschili.

Uno era Adolphe Terré. Era il più anziano. Il più giovane aveva avuto la sua ora di celebrità a Parigi. Chi non ricorda il mantello grigio perla e il collo d’ermellino di Tristan de Vinagre?

«Vogliamo donne», disse in francese Mony alla cassiera, che altri non era che Adolphe Terré. Costui attaccò una delle sue poesie:

In una sera che fra Versailles e Fontainebleau

Inseguivo una ninfa tra selve fruscianti,

Ratto il mio cazzo rizzò per la grama occasione

Che magra e diritta veniva a un diabolico idillio.

L’infilai per tre volte, poi mi stordii venti giorni,

Me ne venne uno scolo ma gli dèi proteggevano

Il poeta. Al posto dei peli dei glicini avevo

E Virgilio cacò su di me questi distici aulici…

«Basta, basta», disse Cornabœux, «delle donne, perdio!».

«Ecco la sotto-maîtresse», disse rispettosamente Adolphe.

La sotto-maîtresse, cioè il biondo Tristan de Vinaigre, avanzò graziosamente e mettendo i suoi occhi blu su Mony pronunciò con voce canora questa poesia storica:

Il mio cazzo è arrossito d’una allegrezza vermiglia

Nella mia verde età, nella mia primavera

E le mie palle si son dondolate come frutti pesanti

Alla ricerca del cesto.

Il vello sontuoso in cui mi s’infolta la verga

Si distende ben spesso

Dal culo al pube e da lì all’ombelico (e infine dovunque!).

Nel pieno rispetto delle mie fragili chiappe,

Immote e contratte quando ho da cacare

Sopra la tavola altissima, su lucida carta

Gli stronzi ben caldi che dalla mia mente rampollano.

«Insomma», disse Mony, «questo qui è un bordello o un cesso pubblico?»

«Le ragazze in sala!», gridò Tristan, e nel contempo allungò una salvietta a Cornabœux aggiungendo:

«Una salvietta per due, signore… Voi comprenderete… in tempi d’assedio».

Adolphe riscosse quei trecentosessanta rubli che erano il prezzo delle puttane a Port Arthur. I due amici entrarono nel salone. Uno spettacolo incomparabile li attendeva.

Le puttane abbigliate con vestaglie color ribes, cremisi, bluastre e bordò giocavano a bridge fumando sigarette bionde.

Proprio in quel momento si udì un fracasso spaventoso: un obice forando il soffitto cadde pesantemente sul pavimento, dove affondò come un bolide proprio al centro del cerchio formato dalle giocatrici di bridge. Per fortuna l’obice non scoppiò. Tutte le donne caddero all’indietro lanciando grida. Finirono a gambe all’aria e mostrarono l’asso di picche agli occhi concupiscenti dei due militari. Fu un’esposizione ammirevole di culi di tutte le nazionalità, poiché quel bordello modello aveva puttane di tutte le razze. Il culo a pera delle frisone contrastava coi culi pienotti delle parigine, con le chiappe meravigliose delle inglesi, coi posteriori squadrati delle scandinave e coi culi cascanti delle catalane. Una negra mostrò una massa tormentata che assomigliava più a un cratere vulcanico che a un didietro femminile. Quando si fu rialzata, dichiarò che la coppia avversaria aveva un grande slam, tanto in fretta ci si abitua agli orrori della guerra.

«Io prendo la negra», dichiarò Cornabœux, mentre quella regina di Saba, sentendosi nominare, si alzava salutando il suo Salomone con queste amene parole:

«Tu venire a perticare mia patatona, zignor generale?».

Cornabœux l’abbracciò gentilmente.

Ma Mony non era ancora soddisfatto da quella esibizione internazionale:

«Dove sono le giapponesi?», chiese.

«Fa cinquanta rubli in più», dichiarò la sotto-maîtresse allisciandosi i baffoni, «voi capite, sono il nemico!».

Mony pagò e vennero fatte entrare una ventina di musmè nel loro costume nazionale.

Il principe ne scelse una che era affascinante e la sotto-maîtresse introdusse le due coppie in un localino adattato a scannatoio.

La negra che si chiamava Cornelia e la musmè che rispondeva al delicato nome di Kilyemù, ossia Bocciolo di fiore di nespolo del Giappone, si spogliarono cantando, una in sabir tripolino, l’altra in bitchlamar.

Mony e Cornabœux si spogliarono.

Il principe lasciò in un angolo il suo cameriere e la negra, e non si occupò più che di Kilyemù, la cui bellezza, infantile e grave al contempo, lo incantava.

L’abbracciò teneramente e, di tanto in tanto, durante quella bella notte d’amore si udiva il frastuono del bombardamento. Degli obici scoppiavano con dolcezza. Si sarebbe detto che un principe orientale offrisse dei fuochi d’artificio in onore di qualche principessa georgiana e vergine.

Kilyemù era minuta ma molto ben fatta, aveva il corpo giallo come una pesca, e i seni piccoli e puntuti duri come palle da tennis. I peli della fica erano uniti in un ciuffetto ruvido e nero, lo si sarebbe detto un pennello bagnato.

Ella si mise supina e, ripiegando le cosce sul ventre, con le ginocchia flesse aprì le gambe come un libro.

Questa posizione impossibile per un’europea stupì Mony.

Egli ne gustò ben presto l’incanto. Il suo cazzo s’infilò tutto intero fino ai coglioni in una fica elastica che, dapprima larga, si restringeva ben presto in maniera stupefacente. E quella piccola donna, che sembrava a stento pronta per il maschio, laggiù aveva uno schiaccianoci. Mony se ne accorse per bene quando, dopo gli ultimi sussulti di voluttà, scaricò in una vagina che si era follemente ristretta e che gli succhiò il cazzo fino all’ultima goccia…

«Raccontami la tua storia», disse Mony a Kilyemù mentre si sentivano nell’angolo i cinici singulti di Cornabœux e della negra.

Kilyemù si sedette:

«Io sono», ella disse, «la figlia di un suonatore di samisen, una specie di chitarra che si suona a teatro. Mio padre era nel coro e, suonando arie tristi, recitava storie liriche e cadenzate da un palchetto, chiuso da una grata, posto sul proscenio.

Mia madre, la bella Pesca-di-Luglio, recitava nei ruoli principali di quelle lunghe commedie tipiche della drammaturgia nipponica.

Ricordo che recitò I quarantasette Roonins, La Bella Siguenaï, e anche Taïko.

La nostra troupe andava di città in città, e la natura ammirevole in cui sono cresciuta mi si ripresenta sempre alla memoria nei momenti di abbandono amoroso.

Mi arrampicavo sui matsù, conifere giganti; andavo a vedere bagnarsi nei fiumi i bei samurai nudi, la cui mentula enorme non aveva nessun significato per me, a quell’epoca, e io ridevo con le serve graziose e felici che venivano ad asciugarli.

Oh! Fare all’amore nel mio Paese sempre in fiore! Amare un lottatore tarchiato sotto i ciliegi rosa e scendere lungo le colline tra baci e abbracci!

Un marinaio, in licenza dalla Compagnia di Nippon Fosen Kaïsa e che era mio cugino, si prese un giorno la mia verginità.

Mio padre e mia madre recitavano Il grande ladro e la sala era piena. Mio cugino mi portò a passeggio. Avevo tredici anni. Egli aveva viaggiato in Europa e mi raccontava le meraviglie di un universo che ignoravo. Mi condusse in un giardino deserto pieno d’iris, di camelie rosso cupo, di gigli gialli e di fiori di loto simili alla mia lingua tanto erano graziosamente rosati. Là mi abbracciò e mi chiese se avessi già fatto l’amore; gli risposi di no. Allora mi tolse il kimono e mi solleticò i seni, cosa che mi fece ridere, ma divenni serissima quando mi mise in mano un membro duro, grosso e lungo. “Che ne vuoi fare?”, gli domandai. Senza rispondermi mi fece stendere, mi scoprì le gambe e dardeggiandomi la lingua in bocca penetrò la mia verginità. Ebbi la forza di lanciare un grido che dovette turbare le graminacee e i bei crisantemi del grande giardino deserto, ma ben presto si destò in me la voluttà. Più tardi un armaiolo mi rapì, era bello come il Daïboux di Kamakoura, e bisogna parlare religiosamente della sua verga che sembrava di bronzo dorato e che era inesauribile.

Tutte le sere prima dell’amore io mi credevo insaziabile ma, dopo aver sentito quindici volte la calda semenza spandersi nella mia vulva, dovevo offrirgli il mio stanco didietro perché potesse soddisfarsi, o, quand’ero troppo esausta, prendevo il suo membro in bocca e lo succhiavo finché non m’ordinasse di smettere! Si uccise per obbedire alle prescrizioni del Bushido, e compiendo quell’atto cavalleresco mi lasciò sola e inconsolata.

Mi raccolse un inglese di Yokohama. Sapeva di cadavere come tutti gli europei e, per molto tempo, non riuscii ad abituarmi a quell’odore. Così lo supplicavo d’incularmi per non vedermi davanti la sua faccia bestiale dai favoriti rossi. Tuttavia alla fine mi abituai a lui, e, poiché lui era sotto il mio dominio, lo costringevo a leccarmi la vulva fino a che la sua lingua, presa dai crampi, non poteva più muoversi.

Un’amica di cui avevo fatto conoscenza a Tokio e che amavo alla follia venne a consolarmi.

Era bella come la primavera e sembrava che due api le stessero sempre posate sulla punta dei seni. Ci soddisfacevamo con un pezzo di marmo giallo lavorato ai due estremi a forma di cazzo. Eravamo insaziabili e l’una nelle braccia dell’altra, perdute, schiumanti e urlanti, ci agitavamo furiosamente come due cani che vogliano rosicchiare il medesimo osso.

L’inglese un giorno impazzì; si credeva lo shogun e voleva inculare il mikado.

Lo portarono via e io mi misi a far la puttana assieme alla mia amica fino al giorno in cui mi innamorai di un tedesco, grande, forte, imberbe, che aveva un gran cazzo inesauribile. Mi batteva e io l’abbracciavo piangendo. Alla fine, carica di botte, lui mi faceva l’elemosina del suo cazzo e io godevo come un’invasata stringendolo con tutte le forze.

Un giorno prendemmo il battello, mi condusse a Shangai e mi vendette a una ruffiana. Poi se ne andò, il mio bell’Egon, senza voltar la testa, lasciandomi disperata con le donne del bordello che ridevano di me. Mi istruirono assai bene nel mestiere, ma quando avrò molto denaro me ne andrò, da donna onesta, in giro per il mondo, a ritrovare il mio Egon, per sentire ancora una volta il suo membro nella mia vulva e morire pensando agli alberi rosa del Giappone».

La giapponesina, diritta e seria, se ne andò come un’ombra lasciando Mony, che aveva le lacrime agli occhi, a meditare sulla fragilità delle passioni umane.

Sentì allora un russare sonoro e, voltando il capo, vide la negra e Cornabœux addormentati castamente l’uno nelle braccia dell’altro; ma erano entrambi mostruosi. Il grosso culo di Cornelia risaltava, riflettendo la luna il cui lucore entrava dalla finestra aperta. Mony sguainò la sciabola e punzecchiò quel gran pezzo di carne.

Nella sala si sentì gridare. Cornabœux e Mony uscirono con la negra. La stanza era piena di fumo. Degli ufficiali russi ubriachi e volgari vi erano entrati, e, vomitando delle immonde bestemmie, si erano precipitati sulle inglesi del bordello che, disgustate dall’aspetto ignobile di quei soldatacci, mormoravano dei bloody e dei damned del meglio che ne avevano.

Cornabœux e Mony contemplarono per un istante lo stupro delle puttane, quindi uscirono durante una inculata collettiva strabiliante, lasciando disperati Adolphe Terré e Tristan de Vinaigre che tentavano di ristabilire l’ordine e s’agitavano vanamente, impacciati dalle sottane femminili.

In quel mentre entrò il generale Stoessel e tutti dovettero rettificare la propria posizione, persino la negra.

I giapponesi avevano appena sferrato il primo assalto alla città assediata.

Mony ebbe quasi voglia di ritornare sui suoi passi per vedere ciò che avrebbe fatto il suo capo, quando si sentirono delle grida selvagge dalla parte dei bastioni.

Arrivarono dei soldati portando un prigioniero. Era un giovanottone, un tedesco, che era stato trovato sul limitare delle opere di difesa, mentre depredava cadaveri. Gridava in tedesco:

«Non sono un ladro. Amo i russi, sono venuto coraggiosamente attraverso le linee giapponesi per propormi come checca, frocio, culattone. Certamente non avrete molte donne e non sarete dispiaciuti di tenermi».

«A morte», gridarono i soldati, «a morte, è una spia, un ladro, uno spogliatore di cadaveri!».

Nessun ufficiale accompagnava i soldati. Mony avanzò e domandò spiegazioni:

«Voi vi ingannate», disse allo straniero, «noi abbiamo donne in abbondanza, ma il vostro delitto va vendicato. Voi sarete inculato, dal momento che ci tenete, dai soldati che vi hanno catturato, e poi sarete impalato. Morirete così come avete vissuto ed è la morte più bella, a detta dei moralisti. Il vostro nome?»

«Egon Müller», dichiarò l’uomo tremando.

«Bene», disse seccamente Mony, «voi venite da Yokohama e avete fatto vergognoso commercio, da vero pappone, della vostra amante, una giapponese chiamata Kilyemù. Checca, spia, magnaccia e spogliatore di cadaveri, non vi manca niente. Che si prepari il palo e voi, soldati, inculatelo… Non avete mica tutti i giorni un’occasione simile».

Denudarono il bell’Egon. Era un giovane di una bellezza ammirevole, dai seni sbozzati come quelli di un ermafrodito. Alla vista di quelle grazie i soldati estrassero i loro cazzi concupiscenti.

Cornabœux si commosse e con le lacrime agli occhi domandò al suo capo di risparmiare Egon, ma Mony fu inflessibile e non permise al suo attendente che di farsi succhiare il cazzo dall’affascinante efebo che, a culo proteso, ricevette uno dopo l’altro nel suo ano dilatato i piloni raggianti dei soldati i quali, come donnicciole, cantavano inni religiosi di ringraziamento per la loro preda.

La spia, dopo aver ricevuto la terza scarica, cominciò a godere furiosamente e agitava il culo succhiando il cazzo di Cornabœux, come se avesse avuto ancora trent’anni di vita davanti.

Nel frattempo era stato innalzato il palo di ferro che doveva fungere da sedile al gitone.

Quando tutti i soldati ebbero inculato il prigioniero, Mony disse qualche parola all’orecchio di Cornabœux, che era ancora beato di come gli era stata appena temperata la matita.

Cornabœux andò sino al bordello e ne ritornò subito accompagnato dalla giovane puttana giapponese Kilyemù, che si chiedeva cosa si volesse da lei.

Poi all’improvviso scorse Egon, che avevano appena ficcato, imbavagliato, sul palo di ferro. Si contorceva e la punta gli penetrava a poco a poco nelle viscere. Il suo palo anteriore rizzava da rompersi.

Mony indicò Kilyemù ai soldati e la povera piccola guardò il suo amante impalato con occhi in cui il terrore, l’amore e la compassione si mescolavano in una desolazione suprema. I soldati la denudarono e issarono il suo povero corpo d’uccellino su quello dell’impalato.

Allargarono le gambe della sventurata e il cazzo enfiato che aveva tanto desiderato la penetrò ancora.

La povera animuccia semplice non comprendeva tanta barbarie, ma il cazzo che la riempiva l’eccitava troppo alla voluttà. Divenne come folle e si agitava, facendo scivolare a poco a poco il corpo del suo amante lungo il palo. Egli scaricò rendendo l’anima.

Era uno strano stendardo quello, composto da un uomo imbavagliato e da una donna che si agitava su di lui, a fauci spalancate!

Un sangue scuro formava una pozza ai piedi del palo.

«Soldati, salutate coloro che muoiono», gridò Mony, e rivolgendosi a Kilyemù:

«Ho esaudito i tuoi desideri… in questo momento in Giappone i ciliegi sono in fiore, e gli amanti si smarriscono tra la neve rosata dei petali che sfogliano!».

Poi, afferrando la sua rivoltella, le fece saltare la testa, e le cervella della giovane cortigiana schizzarono sul viso dell’ufficiale come se ella avesse voluto sputare sul suo boia.

Capitolo settimo

Dopo l’esecuzione sommaria della spia Egon Müller e della puttana giapponese Kilyemù, il principe Vibescu era diventato molto popolare a Port Arthur.

Un giorno il generale Stoessel lo fece chiamare e gli consegnò un plico dicendo:

«Principe Vibescu, pur non essendo russo, voi siete nondimeno uno dei migliori ufficiali della piazza… Stiamo aspettando soccorsi, ma bisogna che il generale Kuropatkin si affretti… Se tarda ancora, dovremo capitolare… Questi cani di giapponesi non ci mollano e il loro fanatismo finirà con l’aver ragione della nostra resistenza. Occorre che voi attraversiate le linee giapponesi e che recapitiate questo dispaccio al generalissimo».

Fu preparato un pallone. Per otto giorni Mony e Cornabœux si esercitarono nel governo dell’aerostato che un bel mattino venne gonfiato.

I due messaggeri salirono nella navicella e pronunciarono il tradizionale: «Molla tutto!», e avendo ben presto raggiunto la regione delle nuvole, la terra apparve loro come piccola cosa, e il teatro della guerra era nitidamente visibile, con le armate e le squadre navali, e il fiammifero che i due sfregavano per accendersi la sigaretta lasciava una scia più luminosa delle granate dei giganteschi cannoni di cui si servivano i belligeranti.

Una brezza favorevole spinse il pallone nella direzione delle armate russe e dopo qualche giorno atterrarono e furono ricevuti da un ufficiale superiore che diede loro il benvenuto. Era Fiodor, l’uomo dai tre testicoli, l’antico amante di Hélène Verdier, la sorella di Culculine d’Ancône.

«Tenente», gli disse il principe Vibescu, saltando giù dalla navicella, «voi siete assai cortese e l’accoglienza che ci fate ci ricompensa ampiamente delle nostre fatiche. Lasciate che vi domandi scusa d’avervi fatto becco a San Pietroburgo con la vostra amante Hélène, l’istitutrice francese della figlia del generale Kokodzyov».

«Avete fatto bene», rispose Fiodor, «figuratevi che io ho trovato qui sua sorella Culculine, una superba ragazza che fa la kellerina in una birreria con servizio femminile frequentata dai nostri ufficiali. Ha abbandonato Parigi per farsi un gruzzolo in Estremo Oriente. Qui guadagna assai perché gli ufficiali fanno baldoria come chi non ha molto da vivere, e la sua amica Alexine Mangetout è con lei».

«Come!», gridò Mony, «Culculine e Alexine sono qui!… Conducetemi presto dal generale Kuropatkin, bisogna innanzitutto che porti a termine la mia missione… Poi mi condurrete alla birreria…».

Il generale Kuropatkin ricevette amabilmente Mony nel suo palazzo. Era un vagone ferroviario molto ben sistemato.

Il generalissimo lesse il messaggio, poi disse:

«Faremo tutto il possibile per liberare Port Arthur. Nell’attesa, principe Vibescu, vi nomino cavaliere di San Giorgio…».

Mezz’ora dopo, il novello decorato si trovava nella birreria del Cosacco Dormiente in compagnia di Fiodor e Cornabœux. Due donne si precipitarono per servirli: erano Culculine e Alexine, affascinanti dalla testa ai piedi. Erano vestite da soldati russi e portavano un grembiule merlettato davanti ad ampi pantaloni infilati negli stivali; i loro culi e le loro tette sporgevano piacevolmente rigonfiando l’uniforme. Un berrettino posto di traverso sui capelli completava ciò che questo abbigliamento militare aveva di eccitante. Avevano l’aspetto di due piccole comparse da operetta.

«Toh, Mony!», gridò Culculine. Il principe abbracciò le due donne e chiese della loro storia.

«Certo», disse Culculine, «ma anche tu ci racconterai quello che ti è capitato.

Dopo la notte fatale in cui i ladri ci lasciarono mezzo morti presso il cadavere di uno di loro a cui avevo staccato il cazzo coi denti in un momento di folle godimento, mi risvegliai circondata dai medici. Mi era stato trovato un coltello piantato nelle chiappe. Alexine fu curata a casa propria e di te non abbiamo più avuto notizie. Ma venimmo a sapere, quando potemmo uscire, che tu eri ripartito per la Serbia. L’accaduto aveva suscitato uno scandalo enorme, il mio esploratore al suo ritorno mi lasciò e il senatore di Alexine non volle più mantenerla.

La nostra stella cominciava a declinare, a Parigi. Scoppiò la guerra tra la Russia e il Giappone. Il protettore di una mia amica organizzava una spedizione di donne che servissero nelle birrerie-bordello al seguito dell’armata russa; ci ingaggiarono ed eccoci qua».

Mony raccontò quel che gli era accaduto, omettendo l’episodio dell’Orient Express. Presentò Cornabœux alle due donne ma senza dire che era lui lo scassinatore che aveva piantato il coltello nelle chiappe di Culculine.

Tutti questi racconti provocarono un gran consumo di bevande; la sala si era riempita di ufficiali in berretto che cantavano a squarciagola tastando le cameriere.

«Usciamo», disse Mony.

Culculine e Alexine li seguirono e i cinque militari lasciarono i camminamenti e si diressero verso la tenda di Fiodor.

Era scesa, stellata, la notte. A Mony, passando davanti al vagone del generalissimo, venne un capriccio; fece togliere le mutande ad Alexine, le cui grosse chiappe sembravano a disagio così costrette, e mentre gli altri continuavano ad andare, palpeggiò il culo superbo, simile a un volto pallido sotto la pallida luna, poi, tirando fuori il suo palo selvaggio, lo sfregò un istante nella riga culina, facendogli a tratti becchettare il buco del culo, poi d’improvviso si decise, udendo un suono secco di tromba accompagnato da rulli di tamburo. Il palo discese tra le chiappe fresche e si addentrò in una valle che terminava nella fica. Le mani del giovanotto, dal davanti, rovistavano il vello e stuzzicavano il clitoride. Egli andò e venne scavando col vomere del suo aratro il solco di Alexine che godeva agitando il suo culo lunare, di cui la luna là in alto sembrava sorridere con ammirazione.

Tutto a un tratto incominciò l’appello monotono delle sentinelle; le loro grida si ripetevano attraverso la notte. Alexine e Mony godevano silenziosamente e quando eiacularono, quasi nello stesso momento e con profondi sospiri, un obice lacerò l’aria e uccise alcuni soldati che dormivano in un fosso. Morirono lamentandosi come bambini che chiamano la mamma. Mony e Alexine, ricompostisi in fretta, corsero alla tenda di Fiodor.

Là trovarono Cornabœux senza pantaloni, inginocchiato davanti a Culculine che, senza mutande, gli mostrava il culo. Diceva:

«No, non si vede affatto e non si direbbe proprio che tu abbia ricevuto una coltellata lì dentro».

Poi, alzatosi, l’inculò gridando frasi russe che aveva imparato.

Fiodor si mise allora davanti a lei e le introdusse il membro nella fica. Si sarebbe detto che Culculine fosse un grazioso ragazzo, che mentre lo si inculava infilava la sua proboscide in una donna. In effetti, era vestita da uomo e il membro di Fiodor sembrava fosse suo. Ma le sue chiappe erano troppo grosse perché questo pensiero potesse durare per molto. Inoltre la vita sottile e il rigonfiamento dei seni smentivano che fosse un gitone.

Il trio si agitava in cadenza e Alexine si avvicinò per solleticare i tre coglioni di Fiodor.

In quel momento un soldato chiese ad alta voce, fuori della tenda, del principe Vibescu.

Mony uscì: il militare veniva in staffetta per conto del generale Munin con una convocazione immediata per Mony.

Seguì il soldato, e attraversando l’accampamento raggiunsero un furgone sul quale Mony salì mentre il soldato annunciava:

«Il principe Vibescu».

L’interno del furgone assomigliava a un boudoir, ma a un boudoir orientale. Vi regnava un lusso insensato e il generale Munin, un colosso di cinquanta anni, ricevette Mony con grande compitezza.

Gli mostrò una graziosa giovane di circa vent’anni distesa con noncuranza su un sofà.

Era una circassa, sua moglie:

«Principe Vibescu», disse il generale, «avendo oggi sentito parlare della vostra impresa, la mia sposa ha tenuto a felicitarsi con voi. D’altra parte è incinta di tre mesi e una voglia da donna gravida la spinge irresistibilmente a voler fare l’amore con voi. Eccola! Fate il vostro dovere. Io mi soddisferò altrimenti».

Senza replicare Mony si denudò e cominciò a spogliare la bella Haidyn che sembrava in uno stato d’eccitazione straordinario. Mentre Mony la spogliava lei lo mordeva. Aveva un fisico stupendo e la pancia non le si vedeva ancora. I suoi seni, modellati dalle Grazie, si drizzavano tondi come palle da cannone.

Il suo corpo era agile, pieno e slanciato. C’era una così bella sproporzione tra la grossezza del culo e la sottigliezza della vita che Mony si sentì drizzare il membro come un abete di Norvegia.

Lei glielo prese mentre lui le palpava le cosce, grosse in alto e più sottili verso il ginocchio.

Quando fu nuda, egli le montò sopra e l’infilò nitrendo come uno stallone, mentre lei chiudeva gli occhi assaporando una beatitudine infinita.

Il generale Munin, intanto, aveva fatto entrare un ragazzino cinese, minuscolo e spaurito.

I suoi occhi a mandorla sbirciavano la coppia in amore.

Il generale lo svestì e gli succhiò il codino grosso appena come una giuggiola.

Poi lo girò e gli sculacciò il culetto magro e giallo. Prese la sua grande sciabola e se la pose accanto.

Poi inculò il ragazzetto che doveva conoscere questo modo di civilizzare la Manciuria, perché agitava da esperto il suo corpicino di frocetto celeste.

Il generale diceva:

«Godi bene, Haidyn mia, anch’io sto per godere».

E il suo palo usciva quasi per intero dal corpo del cinesino per rientrarvi alla svelta. Quando fu sul punto di godere, prese la sciabola e, a denti stretti, senza cessare lo sculettio, troncò la testa del piccolo cinese, i cui ultimi spasmi gli procurarono un grande godimento, mentre il sangue zampillava da quel collo come l’acqua di una fontana.

Poi il generale si sfilò dal suo culo e si asciugò la proboscide col fazzoletto. Quindi ripulì la spada, raccolse la testa del piccolo decapitato e la mostrò a Mony e ad Haidyn che ora avevano cambiato posizione.

La circassa cavalcava Mony con furia. Le sue tette danzavano e il culo le si rialzava freneticamente. Le mani di Mony palpavano quelle grosse chiappe meravigliose.

«Guardate», disse il generale, «come sorride gentilmente il cinesino».

La testa ghignava in maniera spaventosa ma la sua vista raddoppiò il furore erotico dei due copulatori che sculettarono con ardore ancora maggiore.

Il generale gettò via la testa, poi, afferrando la moglie per le anche, le introdusse il membro nel culo. Il godimento di Mony ne fu aumentato. I due piloni, appena separati da una sottile parete, venivano a scontrarsi frontalmente, aumentando il godimento della giovane donna che mordeva Mony e si torceva come una vipera. La triplice scarica avvenne nello stesso momento. Il trio si separò e il generale, subito balzato in piedi, brandì la sciabola gridando:

«Ora, principe Vibescu, dovete morire, avete visto troppo!».

Ma Mony lo disarmò senza fatica.

Poi lo legò mani e piedi e lo stese in un angolo del furgone, vicino al cadavere del cinesino. Quindi continuò fino al mattino i suoi piacevoli sollazzi con la generalessa. Quando la lasciò era stanca e addormentata. Anche il generale dormiva, le mani e i piedi legati.

Mony se ne andò alla tenda di Fiodor: anche lì avevano copulato per tutta la notte. Alexine, Culculine, Fiodor e Cornabœux dormivano nudi e coricati alla rinfusa su dei mantelli. Lo sperma impiastricciava i peli delle donne e i cazzi degli uomini pendevano deplorevolmente.

Mony li lasciò dormire e si mise a vagare per il campo. Si annunciava un imminente combattimento coi giapponesi. I soldati si equipaggiavano o mangiavano. Alcuni cavalleggeri si prendevano cura dei loro cavalli.

Un cosacco che aveva freddo alle mani se le stava riscaldando nella ficona della sua giumenta. La bestia nitriva dolcemente: tutt’a un tratto il cosacco, riscaldato, montò su una sedia dietro alla bestia e tirando fuori un gran cazzo lungo come un manico di lancia lo fece penetrare con godimento nella vulva dell’animale che secerneva un ippomane assai afrodisiaco, tanto che la bestia umana scaricò tre volte con grandi movimenti di culo prima di smontare di fica.

Un ufficiale che scorse quell’atto di bestialità si avvicinò al soldato con Mony. Lo rimproverò vivamente d’aver ceduto alla sua passione:

«Amico mio», gli disse, «la masturbazione è una qualità militare.

Ogni buon soldato deve sapere che in tempo di guerra l’onanismo è il solo atto amoroso permesso. Menatevelo, ma non toccate né le donne né le bestie.

Del resto, la masturbazione è molto lodevole perché permette agli uomini e alle donne di abituarsi alla loro separazione prossima e definitiva. I costumi, lo spirito, le abitudini e i gusti dei due sessi differiscono sempre più. Sarebbe ora di accorgersene e mi sembra necessario, se si vuole dominare sulla terra, tener conto di questa legge naturale che ben presto finirà con l’imporsi».

L’ufficiale si allontanò lasciando Mony pensieroso tornare alla tenda di Fiodor.

D’un tratto il principe sentì un rumore bizzarro, si sarebbe detto di prefiche irlandesi che si lamentassero per un morto sconosciuto.

Avvicinandosi il rumore si modificò, divenne ritmato da schiocchi secchi, come se un direttore d’orchestra folle picchiasse con la bacchetta sul leggio mentre l’orchestra suonava in sordina.

Il principe corse più in fretta e uno strano spettacolo si presentò ai suoi occhi. Una squadra di soldati comandati da un ufficiale picchiavano, a turno, con lunghe verghe flessibili sulle schiene di condannati nudi fino alla cintola.

Mony, il cui grado era più elevato di quello del comandante dei fustigatori, volle prendere il loro comando.

Fu condotto un nuovo colpevole. Era un bel giovanotto tartaro che non parlava quasi il russo. Il principe lo fece denudare completamente, poi i soldati lo fustigarono cosicché il freddo del mattino lo pungeva quanto le verghe che lo sferzavano.

Quegli rimaneva impassibile e una tale calma irritò Mony; disse una parola all’orecchio dell’ufficiale che subito condusse una cameriera della birreria. Era una kellerina prosperosa, con il didietro e il seno che riempivano indecentemente l’uniforme che la strizzava. La bella ragazzona arrivò impacciata dal costume e camminando a passo d’anatra.

«Siete indecente, ragazza mia», disse Mony, «quando si è una donna come voi, non ci si veste da uomo; cento colpi di frusta per farvelo capire».

La disgraziata tremò in tutte le membra ma, a un gesto di Mony, i soldati la spogliarono. La sua nudità contrastava singolarmente con quella del tartaro.

Lui era molto alto, il viso emaciato e gli occhi piccoli, maligni e calmi; le sue membra avevano quella magrezza con la quale si rappresenta Giovanni Battista dopo che ebbe vissuto per un po’ di cavallette. Le braccia, il petto e le gambe da airone erano villosi; il pene circonciso si inturgidiva a causa della fustigazione e il glande era di un color porpora da vomito di ubriaco.

La kellerina, bell’esemplare di tedesca del Brunswick, aveva il posteriore pesante; la si sarebbe detta una robusta cavalla lussemburghese lasciata in mezzo a stalloni. I capelli biondo stoppa le conferivano un aspetto piuttosto poetico, le Naiadi renane non devono esser diverse.

Ciuffi biondi chiarissimi le pendevano sino a mezza coscia. Quella zazzera copriva interamente un inguine ben rigonfio. La donna sprizzava una salute robusta e tutti i soldati sentirono i loro membri virili fare spontaneamente il presentatarm.

Mony chiese uno knut, che gli venne portato. Lo mise in mano al tartaro.

«Porco di un prevosto», gli gridò, «se vuoi salvare la tua pellaccia, non risparmiar quella di codesta puttana».

Il tartaro senza risponder nulla esaminò da intenditore lo strumento di tortura, composto da corregge di cuoio incrostate di limatura di ferro.

La donna piangeva e chiedeva mercé in tedesco. Il suo corpo bianco e rosato tremava. Mony la fece mettere carponi, poi, con una pedata, costrinse il suo grosso culo a sollevarsi. Il tartaro scosse dapprima lo knut in aria, poi, alzando vigorosamente il braccio, era in procinto di colpirla quando la sventurata kellerina, che tremava in tutte le membra, lasciò andare un peto sonoro che fece ridere tutti, e lo knut ricadde. Mony, con una verga in mano, gli sferzò il viso dicendo:

«Idiota, ti ho detto di picchiare, non di ridere».

Poi gli diede la verga ordinandogli di fustigare la tedesca prima con quella, per abituarla. Il tartaro si mise a colpire con regolarità. Il suo membro piazzato dietro il gran culo della paziente si era drizzato, ma, malgrado la concupiscenza, il suo braccio ripiombava ritmicamente, la verga era assai flessibile, il colpo sibilava nell’aria, poi ricadeva seccamente sulla pelle tesa che si striava.

Il tartaro era un artista e i colpi che infliggeva si riunivano sino a formare un disegno calligrafico.

Sulla parte bassa del dorso, sopra le chiappe, la parola «puttana» apparve ben presto distintamente.

Si applaudì con calore mentre le grida della tedesca diventavano sempre più roche. Il suo culo, a ogni colpo di verga, si agitava per un istante, poi si sollevava; e le chiappe ben strette subito si aprivano; si intravvedeva allora il buco del culo e subito sotto la fica, sbadigliante e umida.

A poco a poco, sembrava abituarsi ai colpi. A ogni schiocco della verga, la schiena si sollevava mollemente, il culo si schiudeva e la fica sbadigliava di soddisfazione, come se un godimento imprevisto venisse a visitarla.

Ben presto cadde, come soffocata dal piacere, e Mony, a quel punto, fermò la mano del tartaro.

Gli ridiede lo knut e l’uomo, eccitatissimo, folle di desiderio, si mise a colpire con quell’arma crudele la schiena della tedesca. Ogni colpo lasciava molteplici segni sanguinosi e profondi, poiché il tartaro non sollevava lo knut dopo averlo abbattuto, ma lo tirava verso di sé in modo tale che la limatura di cui le corregge della sferza erano incrostate asportasse lembi di pelle e di carne, che schizzavano da tutte le parti macchiando di piccole gocce di sangue le uniformi della soldatesca.

La tedesca non sentiva più dolore, si scuoteva, si torceva e mugolava di godimento. Era rossa in volto e sbavava, e quando Mony comandò al tartaro di smetterla, le tracce della parola «puttana» erano scomparse poiché la schiena era tutta una piaga.

Il tartaro rimase dritto, lo knut sanguinante in mano; sembrava chiedere un segno di approvazione, ma Mony lo guardò con aria sprezzante: «Avevi cominciato bene, ma hai finito male. Il lavoro che hai fatto è detestabile. Hai colpito come un incompetente. Soldati, portate via questa donna e conducetemi una sua compagna in quella tenda là: è vuota. Voglio intrattenermi con questo miserabile tartaro».

Congedò i soldati, alcuni dei quali portarono via la tedesca, e il principe rimase solo con il suo condannato nella tenda.

Si mise a picchiarlo con tutte le forze, munito di due verghe. Il tartaro, eccitato dallo spettacolo di cui era stato testimone e protagonista, non trattenne per molto lo sperma che gli ribolliva nei coglioni. Il suo membro si drizzò sotto i colpi di Mony e lo sperma che ne zampillò andò a spiaccicarsi contro la tela della tenda.

In quel mentre portarono un’altra donna. Era in camicia da notte poiché l’avevano sorpresa a letto. Il suo volto esprimeva stupefazione e un terrore profondo. Era muta e la sua gola lasciava uscire dei rauchi suoni inarticolati.

Era una bella donna, originaria della Svezia. Figlia del direttore della birreria, aveva sposato un danese, socio del padre. Aveva partorito quattro mesi prima e allattava ella stessa la sua bambina. Poteva avere ventiquattro anni. I seni colmi di latte – era una buona balia – rigonfiavano la camicia da notte.

Non appena Mony la vide, mandò via i soldati che l’avevano portata e le rialzò la camicia. Le grosse cosce della svedese sembravano fusti di colonne e reggevano un superbo edificio; il suo pelo era dorato e gentilmente arricciato. Mony ordinò al tartaro di fustigarla mentre egli l’avrebbe leccata. I colpi piovvero sulle braccia della bella muta, ma la bocca del principe raccoglieva in basso il liquore amoroso distillato da quella fica boreale.

Poi si distese nudo sul letto dopo aver tolto la camicia alla donna che era in calore. Ella si piazzò su di lui e il cazzo entrò profondamente fra le cosce d’un biancore abbagliante. Il suo culo massiccio e sodo si sollevava ritmicamente. Il principe prese un seno in bocca e si mise a succhiare un latte delizioso. Il tartaro non rimase certo inattivo, e, facendo sibilare la frusta, applicava colpi sanguinosi sul mappamondo della muta stimolandone così il godimento. Sferzava come un invasato rigando quel culo sublime, segnando senza rispetto le belle spalle bianche e grasse, lasciando dei solchi sulla schiena. Mony, che ci aveva già dato dentro a lungo, fu lento a godere e la muta, eccitata dalla verga, venne una quindicina di volte mentre egli cercava di ottenere un orgasmo.

Quindi si alzò, e vedendo il tartaro in un meraviglioso stato di erezione, gli ordinò di infilzare dietro la graziosa balia che sembrava ancora insoddisfatta, e prendendo lui stesso lo knut, insanguinò la schiena del soldato che godeva lanciando grida terribili.

Ma il tartaro non mollò il suo alloggiamento. Sopportando stoicamente i colpi inferti dal terribile knut, frugava senza sosta il rifugio amoroso dove si era annidato. Cinque volte vi depositò la sua offerta bruciante. Poi giacque immobile sulla donna, ancora scossa da brividi di piacere.

Ma il principe l’insultò, e con una sigaretta che aveva acceso bruciò in diversi punti le spalle del tartaro. Poi gli mise un fiammifero acceso sotto i coglioni, e la scottatura ebbe il potere di rianimare il membro infaticabile. Il tartaro partì per una nuova sgroppata.

Mony riprese lo knut e colpì con tutte le forze i corpi congiunti del tartaro e della muta, il sangue zampillava, i colpi fioccavano facendo flac. Mony bestemmiava in francese, in rumeno e in russo. Il tartaro godeva terribilmente ma un lampo d’odio per Mony gli guizzò negli occhi. Costui conosceva il linguaggio dei muti e, passando la mano davanti al viso della sua compagna, le fece dei segni che ella comprese a meraviglia.

Verso la fine di questa botta Mony ebbe un’altra fantasia: accostò la sigaretta incandescente al capezzolo umido della muta. Il latte, una cui goccia imperlava la tetta sporgente, spense la sigaretta, ma la donna aveva ruggito di terrore, venendo. Ella fece un segno al tartaro che subito si sfilò.

Entrambi si precipitarono su Mony e lo disarmarono. La donna prese una verga e il tartaro lo knut. Con lo sguardo carico d’odio, animati da uno spirito di vendetta, si misero a fustigare crudelmente l’ufficiale che li aveva fatti soffrire. Mony ebbe un bel gridare e dibattersi, i colpi non risparmiarono nessuna parte del suo corpo. Tuttavia il tartaro, temendo conseguenze da una vendetta su un ufficiale, gettò subito lo knut accontentandosi, come la donna, di una semplice verga. Mony sussultava sotto la fustigazione e la donna si accaniva a colpire soprattutto il ventre, i coglioni e il cazzo del principe.

Nel frattempo il danese, il marito della muta, si era accorto della sua scomparsa perché la piccolina reclamava il seno della madre. Prese in braccio la lattante e andò alla ricerca della moglie.

Un soldato gli indicò la tenda in cui si trovava, ma senza dirgli quel che vi stava facendo. Folle di gelosia il danese si avventò, sollevò la tela e penetrò nella tenda. Lo spettacolo aveva ben poco di comune: sua moglie insanguinata e nuda, in compagnia d’un tartaro insanguinato e nudo, stava frustando un giovane uomo.

Lo knut era a terra; il danese depose la bambina a terra, prese lo knut e picchiò con tutte le forze sua moglie e il tartaro, che caddero gridando per il dolore.

Sotto i colpi, il membro di Mony si era ripreso, contemplando quella scena coniugale, ed era di nuovo duro.

La bimbetta per terra strillava, Mony la prese e dopo averla svestita le baciò il culetto rosa e la fessurina pienotta e glabra, poi, sistemandosela sul cazzo e tappandole la bocca con una mano, la violò; il suo membro squarciò le carni infantili. Mony non ci mise molto a godere.

Scaricava, quando il padre e la madre, accorgendosi troppo tardi del crimine, si gettarono su di lui.

La madre sollevò la bambina. Il tartaro si rivestì in fretta e se la svignò, ma il danese con gli occhi iniettati di sangue levò lo knut. Stava per infliggere un colpo mortale sul cranio di Mony quando vide per terra l’uniforme da ufficiale. Il suo braccio ricadde ben sapendo che l’ufficiale russo è sacro, può violentare, saccheggiare, mentre il mercante che osasse alzar la mano su di lui sarebbe subito impiccato.

Mony comprese tutto quel che passava nel cervello del danese. Ne approfittò, si alzò e prese in fretta la sua rivoltella. Con aria sprezzante ordinò al danese di togliersi i calzoni. Poi, con la rivoltella puntata, gli intimò d’inculare la figlia. Il danese ebbe un bel supplicare, dovette far entrare il suo membro meschino nel tenero culo della lattante svenuta.

Frattanto Mony, armato di una verga e tenendo la rivoltella nella sinistra, faceva piovere colpi sulla schiena della muta che singhiozzava e si torceva dal dolore. La verga ripiombava su una carne enfiata dai colpi precedenti, e il dolore che la povera donna pativa era uno spettacolo orribile. Mony lo resse con un coraggio ammirevole e il suo braccio rimase saldo sin quando lo sventurato padre ebbe scaricato nel culo della figlioletta.

Allora Mony si rivestì e ordinò alla danese di fare altrettanto. Poi aiutò gentilmente la coppia a rianimare la bimba.

«Madre senza viscere», disse alla muta, «la vostra bambina vuole poppare, non lo vedete?».

Il danese fece dei segni alla moglie che castamente scoprì il seno, e lo porse alla lattante.

«Quanto a voi», disse Mony al danese, «state in guardia, avete violentato vostra figlia al mio cospetto. Posso mandarvi in rovina. Siate dunque discreto, la mia parola prevarrà sempre sulla vostra. Andate in pace. Il vostro commercio d’ora in poi dipenderà dalla mia benevolenza. Se sarete discreto, vi proteggerò, ma se racconterete quel che è successo, sarete impiccato».

Il danese baciò la mano del focoso ufficiale versando lacrime di riconoscenza e rapidamente condusse via moglie e figlia. Mony si diresse verso la tenda di Fiodor.

I dormienti si erano svegliati e, dopo la loro toilette, si erano già rivestiti.

Per tutto il giorno ci si preparò al combattimento che ebbe inizio verso sera. Mony, Cornabœux e le due donne si erano chiusi nella tenda di Fiodor che era andato a combattere negli avamposti. Ben presto si sentirono le prime cannonate e dei barellieri tornarono indietro portando dei feriti.

La tenda fu adibita a infermeria. Cornabœux e le due donne furono precettati per andare a raccogliere i morenti. Mony rimase solo con tre feriti russi che deliravano.

Giunse allora una dama della Croce Rossa vestita con un grazioso camice di tessuto grezzo e col bracciale al braccio destro.

Era una giovane assai carina della nobiltà polacca. Aveva una voce soave come quella degli angeli, e nell’udirla i feriti volgevano verso di lei gli occhi moribondi, credendo di scorgere la madonna.

Costei dava a Mony ordini secchi con la sua voce soave. Lui obbediva come un bambino, stupito dell’energia di quella graziosa ragazza e della strana luce che talvolta balenava nei suoi occhi verdi.

Di quando in quando il suo volto serafico si faceva duro e una nuvola di vizi imperdonabili sembrava oscurarle la fronte. Pareva che l’innocenza di quella donna avesse delle intermittenze criminali.

Mony la osservava, e si accorse ben presto che le sue dita indugiavano più del necessario nelle piaghe.

Portarono un ferito orribile a vedersi. Il suo viso era una maschera di sangue e il suo petto squarciato.

L’infermiera lo medicò con voluttà. Aveva messo la mano destra nello squarcio e sembrava godere del contatto della carne fremente. D’improvviso quella lasciva alzò gli occhi e vide davanti a sé, dall’altro lato della barella, Mony che la guardava sorridendo sdegnosamente.

Arrossì, ma lui la rassicurò:

«Calmatevi, non temete, io comprendo meglio di chiunque altro la voluttà che potete provare. Anch’io ho le mani impure. Godete di questi feriti, ma non rifiutatevi ai miei abbracci».

Lei abbassò gli occhi in silenzio. Mony fu subito dietro di lei. Le alzò la gonna e scoprì un culo meraviglioso le cui chiappe erano talmente serrate che sembrava avessero giurato di non separarsi mai.

Ora lei stava straziando, febbrilmente e con un sorriso angelico sulle labbra, la spaventosa ferita del moribondo. Si chinò per permettere a Mony di goder meglio dello spettacolo del suo culo.

Allora lui le introdusse il suo dardo fra le labbra vellutate della fica, dal di dietro, e con la destra le accarezzava le chiappe, mentre la sinistra andava a cercare il clitoride sotto le gonne. L’infermiera godette in silenzio contraendo le mani nella ferita del moribondo che rantolava spaventosamente. Spirò mentre Mony scaricava.

L’infermiera lo sloggiò di colpo, e sbottonando il morto, si affondò nella fica il suo membro, che era di una rigidità ferrea, godendo sempre in silenzio e con l’espressione più angelica che mai.

Mony dapprima sculacciò quel gran culo ondeggiante sotto il quale le labbra della fica vomitavano e reinghiottivano rapidamente la colonna cadaverica. Il suo membro riprese ben presto la primitiva consistenza, e, mettendosi dietro l’infermiera che stava godendo, l’inculò come un ossesso.

Poi si ricomposero e venne portato uno splendido giovane, cui la mitraglia aveva strappato via braccia e gambe. Quel tronco umano possedeva ancora un bel membro dalla fermezza ideale. L’infermiera, non appena fu sola con Mony, si installò sul palo del tronco che rantolava e durante una cavalcata scatenata succhiò il pilone di Mony che scaricò come un carmelitano. L’uomo-tronco non era morto; sanguinava abbondantemente dai monconi degli arti. La vampira gli tettò il cazzo e lo fece morire sotto l’orrenda carezza. Lo sperma che tale aguzzamento di matita produsse, confessò a Mony, era quasi freddo, e sembrava talmente eccitata che Mony, che si sentiva sfinito, la pregò di slacciarsi. Le succhiò i seni, poi lei si mise in ginocchio e cercò di rianimare il palo principesco, masturbandolo fra le tette.

«Ahimè», gridò Mony, «donna crudele a cui Dio ha affidato la missione di finire i feriti, chi sei, dimmi, chi sei?»

«Io sono» disse, «la figlia di Jean Morneski, il principe rivoluzionario che l’infame Gourko mandò a morire a Tobolsk.

Per vendicarmi e per vendicare la Polonia, mia madre, io finisco i soldati russi. Vorrei uccidere Kuropatkin e desidero la morte dei Romanov.

Mio fratello, che è anche il mio amante e che mi ha sverginata durante un pogrom a Varsavia temendo che la mia verginità cadesse preda di un cosacco, prova i miei stessi sentimenti. Ha portato allo sbando il reggimento che comandava e l’ha fatto annegare nel lago Baikal. Mi aveva annunciato questa sua intenzione prima di partire.

È così che noi, noi polacchi, ci vendichiamo della tirannia moscovita.

Tali furori patriottici hanno agito sui miei sensi, e le mie più nobili passioni hanno ceduto a quelle della crudeltà. Io sono crudele, lo vedi, come un Tamerlano, un Attila e un Ivan il Terribile. Una volta ero pietosa come una santa. Oggi Messalina e Caterina non sarebbero che dolci pecorelle dinanzi a me».

Non fu senza brividi che Mony ascoltò le dichiarazioni di quella squisita puttana.

Volle a ogni costo leccarle il culo in onore della Polonia e le narrò come avesse indirettamente partecipato alla cospirazione che era costata la vita ad Alexander Obrenovitch, a Belgrado.

Lei l’ascoltò con ammirazione.

«Possa vedere un giorno», gridò, «lo zar defenestrato!».

Mony, che era un ufficiale leale, protestò contro quella defenestrazione e dichiarò la propria fedeltà all’autocrazia legittima. «Vi ammiro», disse alla polacca, «ma se io fossi lo zar distruggerei in blocco tutti i polacchi. Questi inetti ubriaconi, che non smettono di fabbricare bombe e rendono il pianeta inabitabile. Persino a Parigi questi sadici figuri, buoni per la Corte d’Assise e per la galera, turbano l’esistenza dei pacifici cittadini».

«È vero», disse la polacca, «i miei compatrioti sono gente poco faceta, ma che si restituisca loro la patria, che li si lasci parlare la loro lingua, e la Polonia tornerà a essere il Paese dell’onore cavalleresco, del lusso e delle belle donne».

«Hai ragione!», esclamò Mony, e, spingendo l’infermiera su una barella, se ne servì comodamente, mentre, sempre fottendo, conversavano di cose galanti e lontane. Si sarebbe detta la scena di un decamerone, con tutt’intorno degli appestati.

«Donna incantevole», diceva Mony, «scambiamoci una promessa insieme alle anime».

«Sì», diceva lei, «dopo la guerra ci sposeremo e riempiremo il mondo coi clamori delle nostre crudeltà».

«Lo voglio», disse Mony, «ma che siano crudeltà legali».

«Forse hai ragione», disse l’infermiera, «non c’è nulla di così dolce che compiere quel che è permesso».

Ed entrarono in estasi, si strinsero, si morsero e godettero profondamente.

Proprio allora si levarono delle grida, l’armata russa, in rotta, si lasciava travolgere dalle truppe giapponesi.

Si udivano le urla orribili dei feriti, il frastuono dell’artiglieria, il rombo sinistro dei cannoni e il crepitio dei fucili.

La tenda venne aperta bruscamente e un plotone giapponese l’invase. Mony e l’infermiera avevano appena avuto il tempo di ricomporsi.

Un ufficiale giapponese avanzò verso il principe Vibescu.

«Siete mio prigioniero!», gli disse, ma Mony con un colpo di rivoltella lo stese morto stecchito, poi, davanti ai giapponesi stupefatti, spezzò la propria spada sul ginocchio.

Allora si fece avanti un altro ufficiale giapponese, i soldati circondarono Mony che accettò di darsi prigioniero e quando uscì dalla tenda in compagnia del piccolo ufficiale nipponico scorse, in lontananza, nella pianura, gli ultimi fuggitivi che cercavano penosamente di raggiungere l’armata russa in rotta.

Capitolo ottavo

Prigioniero sulla parola, Mony nel campo giapponese fu libero di andare e venire. Cercò invano Cornabœux. Nei suoi andirivieni notò che era sorvegliato dall’ufficiale che lo aveva fatto prigioniero. Volle farselo amico e giunse a legarsi con lui. Era uno shintoista piuttosto gaudente che gli raccontò cose ammirevoli sulla donna che aveva lasciato in Giappone.

«È una ragazza ridarella e attraente», disse, «e io l’adoro quanto la Trinità Ameno-Mino-Kanussi-Nô-Kani. È feconda come Isanagui e Isanami, creatori della terra e generatori degli uomini, e bella come Amaterasu, figlia di quegli dèi ed ella stessa divinità solare. Aspettandomi mi pensa e fa vibrare le tredici corde del suo kô-to in legno di polonia imperiale o suona il siô a diciassette canne».

«E voi», chiese Mony, «non avete mai avuto voglia di fottere da quando siete in guerra?»

«Io», disse l’ufficiale, «quando la voglia è troppo forte me lo meno contemplando immagini oscene!». E mostrò a Mony dei libretti pieni di xilografie di una stupefacente oscenità. Uno di essi mostrava delle donne che si accoppiavano con ogni sorta di bestie, gatti, uccelli, tigri, cani, pesci, e persino polipi che, orribili, allacciavano coi loro tentacoli a ventosa i corpi delle isteriche musmè.

«Tutti i nostri ufficiali e i nostri soldati», disse l’ufficiale, «hanno libri di questo genere. Possono fare a meno delle donne menandoselo davanti a questi disegni priapici».

Mony andava spesso a visitare i feriti russi. Là ritrovò l’infermiera polacca che gli aveva dato, nella tenda di Fiodor, lezioni di crudeltà.

Tra i feriti si trovava un capitano originario di Archangel. La sua ferita non era di una gravità estrema e Mony conversava sovente con lui seduto al capezzale del suo letto.

Un giorno il ferito, che si chiamava Katach, diede a Mony una lettera pregandolo di leggerla. C’era scritto che la moglie di Katach lo tradiva con un mercante di pellicce.

«L’adoro», disse il capitano, «amo quella donna più di me stesso e soffro terribilmente nel saperla di un altro, ma sono felice, orrendamente felice».

«Come fate a conciliare questi due sentimenti?», chiese Mony. «Sono contraddittori».

«In me si confondono», disse Katach, «e non concepisco affatto il piacere senza il dolore».

«Siete dunque masochista?», domandò Mony, vivamente interessato.

«Se volete», acconsentì l’ufficiale. «Il masochismo è d’altra parte conforme ai precetti della religione cristiana. Comunque, dal momento che vi interessate a me, desidero raccontarvi la mia storia».

«Con piacere», disse Mony incuriosito, «ma bevete prima questa limonata per rinfrescarvi la gola». Il capitano Katach cominciò così:

«Sono nato nel 1874 ad Archangel e sin dall’infanzia ho sempre provato un piacere amaro ogni volta che mi si puniva. Tutte le disgrazie che s’abbatterono sulla nostra famiglia svilupparono questa mia facoltà di godere della sfortuna e l’acuirono.

Senz’altro ciò derivava da un eccesso di tenerezza. Assassinarono mio padre e ricordo che, avevo allora quindici anni, provai per quel trapasso il mio primo godimento. L’emozione e lo spavento mi fecero eiaculare. Mia madre impazzì e quando andavo a visitarla in manicomio me lo menavo ascoltando le sue farneticazioni immonde, poiché ella si credeva mutata in una tazza, signore, e descriveva culi immaginari che le cacavano addosso. Fu necessario rinchiuderla il giorno che pensò che il pozzo nero fosse colmo. Divenne pericolosa e chiedeva con grandi urla che i vuotacessi la svuotassero. Io l’ascoltavo tristemente. Lei mi riconosceva.

“Figlio mio”, diceva, “tu non ami più tua madre, tu frequenti altri gabinetti. Siediti su di me e caca a tuo agio.

Quale posto migliore per farla che in seno a mammà?

E poi, figlio mio, non dimenticarlo, il pozzo è colmo. Ieri un mercante di birra che è venuto a cacare su di me aveva la sciolta. Io trabocco, non ne posso più. Bisogna assolutamente far venire i vuotacessi”.

Lo crederete, signore, io ero profondamente disgustato e anche molto addolorato, perché adoravo mia madre, ma provavo allo stesso tempo un piacere indicibile nel sentire quelle parole immonde. Sì, signore, io godevo e me lo menavo.

Mi arruolarono nell’armata e io potei, grazie alle mie conoscenze, restare nel Nord. Frequentavo la famiglia di un pastore protestante stabilitosi ad Archangel, un inglese che aveva una figlia così stupenda che una mia descrizione non ve la farebbe apparire bella nemmeno la metà di quanto in realtà lo fosse.

Un giorno, mentre danzavamo durante una festicciola familiare, dopo un valzer, Florence mi piazzò come per caso la mano tra le cosce chiedendomi:

“Ce l’avete duro?”.

Si accorse che io ero in uno stato d’erezione terribile; ma sorrise dicendomi:

“Anch’io sono tutta bagnata, ma non in onor vostro. Ho goduto per Dyre”.

E si diresse tutta smancerosa verso Dyre Kissird, che era un commesso viaggiatore norvegese. Scherzarono tra di loro per un istante, poi, avendo la musica attaccato una danza, vi si gettarono allacciati guardandosi amorosamente. Io soffrivo il martirio. La gelosia mi mordeva il cuore. E se Florence era desiderabile, io la desiderai ancora di più dal giorno in cui seppi che lei non mi amava. Scaricai vedendola danzare col mio rivale. Me li immaginavo l’una nelle braccia dell’altro e dovetti girarmi perché non si vedessero le mie lacrime.

Allora, spinto dal demone della concupiscenza e della gelosia, giurai a me stesso che lei doveva essere mia moglie. È strana, Florence, parla quattro lingue: francese, tedesco, russo e inglese, ma in realtà non ne conosce nessuna e il gergo che usa ha un che di selvaggio.

Io invece parlo benissimo il francese e conosco a fondo la letteratura francese, soprattutto i poeti della fine del XIX secolo. Componevo per Florence dei versi che definivo simbolisti e che riflettevano semplicemente la mia tristezza:

L’anemone fiorì per Archangel

Quando l’angel piangeva dai geloni

E il nome di Florence, spirando, buoni

Giuramenti concluse sotto il ciel.

Voci bianche nel nome di Archangel

Han spesso modulato per Florence

Nenie i cui fiori han tappezzato in trance

Soffitti e muri zuppi nel disgel.

O Florence! O Archangel!

Siete bacche di lauro ed erbe angeliche,

A turno donne gettan dalle sponde

Reliquie e fior del pozzo nero all’onde,

Fiori e reliquie d’Archangel e angeliche!391

La vita di guarnigione nel Nord della Russia in tempo di pace lascia molto tempo libero. L’esistenza del militare si divide tra caccia e doveri mondani. La caccia aveva scarse attrattive per me, e le mie occupazioni mondane si potevano riassumere in questa formula: conquistare Florence, che amavo e che non mi amava. Fu una dura fatica. Soffrii mille morti, perché Florence mi detestava sempre più, si burlava di me e flirtava con cacciatori d’orsi bianchi, con mercanti scandinavi e, addirittura, un giorno, quando una miserabile compagnia francese d’operetta venne a dare delle rappresentazioni nelle nostre brume remote, sorpresi Florence, durante un’aurora boreale, pattinare mano nella mano col tenore, un caprone ripugnante di Carcassonne.

Ma io ero ricco, signore, e le mie proposte non erano indifferenti al padre di Florence che, finalmente, sposai.

Partimmo per la Francia e, in viaggio, lei non mi permise mai neppure di baciarla. Arrivammo a Nizza in febbraio, durante il carnevale.

Affittammo una villa e un giorno di battaglia dei fiori Florence mi annunciò che aveva deciso di perdere la verginità quella sera stessa. Io credetti che il mio amore stesse per essere ricompensato. Ahimè! Il mio calvario voluttuoso era appena agli inizi.

Florence aggiunse che non ero io a esser stato scelto per adempiere a tale funzione.

“Voi siete troppo ridicolo”, disse, “e non ci sapreste fare. Io voglio un francese, i francesi sono galanti ed esperti in amore. Sceglierò da me il mio penefattore durante la festa”.

Abituato a obbedire, chinai la testa. Andammo alla battaglia dei fiori. Un giovanotto dall’accento nizzardo o monegasco fissava Florence. Lei volse la testa sorridendo. Io soffrivo più di quanto non si soffra in alcun girone dell’inferno dantesco.

Durante la battaglia dei fiori lo rivedemmo. Era solo, in una vettura ornata da una profusione di fiori rari. Noi eravamo in una carrozza in cui si impazziva, poiché Florence aveva voluto che fosse interamente decorata di tuberose.

Quando la vettura del giovanotto incrociava la nostra, lui gettava fiori a Florence che lo guardava amorosamente lanciandogli mazzetti di tuberose.

Infine, ormai stanca, lanciò a piena forza il suo bouquet, i cui fiori e i gambi, molli e vischiosi, lasciarono una macchia sul vestito di flanella del bellimbusto. Subito Florence si scusò e scendendo senza tante cerimonie salì sulla vettura del giovane.

Era un nizzardo arricchitosi col commercio dell’olio d’oliva che gli aveva lasciato il padre.

Prosper, questo era il nome del giovanotto, ricevette mia moglie senza molti complimenti e alla fine della battaglia la sua vettura ebbe il primo premio e la mia il secondo. La musica suonava. Vidi mia moglie tenere in mano il palio vinto dal mio rivale, che lei baciava a piena bocca.

La sera volle assolutamente cenare con me e con Prosper, che fece venire nella nostra villa. La notte era splendida e io soffrivo.

In camera da letto, mia moglie ci fece entrare entrambi, io triste da morire e Prosper assai stupito e un po’ a disagio per la sua buona sorte.

Lei mi indicò una poltrona dicendo:

“Assisterete a una lezione di voluttà, cercate di trarne profitto”.

Poi disse a Prosper di spogliarla; e lui lo fece con una certa grazia.

Florence era affascinante. Le sue carni sode, e più tornite di quanto si potesse supporre, palpitavano sotto la mano del nizzardo. Si svestì anche lui e il suo membro era dritto. Mi accorsi con piacere che non era più grosso del mio. Era anzi più piccolo e puntuto. Era insomma un vero cazzo da pulzelle. Erano entrambi incantevoli; lei, ben acconciata, con gli occhi scintillanti di desiderio, rosa nella sua camicia di pizzo.

Prosper le succhiò i seni che spuntavano simili a colombe tubanti e, passandole la mano sotto la camicia, la menò un poco mentre lei si dilettava ad abbassargli il cazzo e a lasciarlo andare, facendolo schioccare contro il ventre del giovanotto. Io piangevo nella mia poltrona. All’improvviso Prosper prese mia moglie tra le braccia e le sollevò la camicia da dietro; apparve il suo bel culo tondo pieno di fossette.

Prosper la sculacciò mentre lei rideva, e su quel posteriore le rose si mescolarono ai gigli.

Ma presto si fece seria dicendo:

“Prendimi”.

Egli la portò sul letto e udii il grido di dolore che mia moglie lanciò quando l’imene, lacerandosi, ebbe liberato il passaggio al membro del suo conquistatore.

Non avevano più alcun riguardo verso di me, che singhiozzavo godendo tuttavia del mio dolore, poiché, non facendocela più, avevo tosto estratto il mio membro, e me lo menavo in loro onore.

Fecero l’amore una decina di volte. Poi la mia signora, come se si accorgesse allora della mia presenza, mi disse:

“Vieni a vedere, maritino mio caro, il bel lavoretto che ha fatto Prosper”.

Mi avvicinai al letto col cazzo all’aria, e mia moglie, vedendo il mio membro più grosso di quello di Prosper, concepì per costui un grande disprezzo. Me lo menò dicendo:

“Prosper, il vostro cazzo non vale nulla poiché quello di mio marito, che è un idiota, è più grosso del vostro. Mi avete ingannata. Mio marito mi vendicherà. André”, cioè io, “frusta quest’uomo a sangue”.

Io mi gettai su di lui e afferrando un frustino da cani che era sul tavolino da notte lo colpii con tutta la forza della mia gelosia. Lo frustai a lungo. Ero più forte di lui e alla fine mia moglie ne ebbe pietà. Lo fece rivestire e lo congedò con un addio definitivo.

Quando se ne fu andato io credetti che le mie disgrazie fossero finite. Ahimè! Ella mi disse:

“André, datemi il cazzo”.

Me lo menò, ma non mi permise di toccarla. Poi chiamò il suo cane, un bel danese, che menò per un istante. Quando il suo cazzo puntuto fu in erezione, ella fece montare il cane su di sé ordinandomi di aiutare la bestia, che, a lingua penzoloni, ansimava di voluttà.

Soffrii tanto che svenni eiaculando. Quando rinvenni, Florence mi chiamava con grandi strilli. Il pene del cane, una volta entrato, non ne voleva più sapere di uscire. Entrambi, la donna e la bestia, per una mezz’ora fecero degli sforzi infruttuosi per staccarsi. Una nodosità tratteneva il cazzo del danese nella vagina ristretta di mia moglie. Usai dell’acqua fredda che ben presto rese loro la libertà. Mia moglie non ebbe più voglia di accoppiarsi con cani da quel giorno. Per ricompensarmi me lo menò, poi mi spedì a letto in camera mia.

La sera successiva supplicai mia moglie di lasciarmi compiere i miei diritti di sposo.

“Ti adoro”, le dissi, “nessuno ti ama come me, sono il tuo schiavo. Fa’ di me quello che vuoi”.

Era nuda e deliziosa. I suoi capelli erano sparsi sul letto, le fragole dei suoi seni mi attiravano e io piangevo. Mi tirò fuori il cazzo e lentamente, a piccoli colpi, me lo menò. Poi suonò, e una giovane cameriera, che aveva ingaggiato a Nizza, venne in camicia da notte, essendosi già coricata. La mia signora mi fece riprendere posto in poltrona e assistetti agli scontri delle due tribadi che, febbrilmente, godevano soffiando e sbavando.

Se la leccarono a vicenda, se la menarono contro le cosce l’una dell’altra e io vedevo il culo della giovane Ninette, grosso e sodo, sollevarsi al di sopra di mia moglie i cui occhi erano inondati di voluttà.

Io volevo avvicinarmi a loro, ma Florence e Ninette si burlarono di me, me lo menarono un poco e poi si rituffarono nelle loro voluttà contro natura.

Il giorno dopo mia moglie non chiamò più Ninette, ma fu un ufficiale dei cacciatori delle Alpi che venne a farmi soffrire. Il suo membro era enorme e nerastro. Era grossolano, m’insultava e mi batteva.

Dopo che egli ebbe preso mia moglie mi ordinò di avvicinarmi al letto e, afferrato il frustino del cane, mi colpì sul viso. Lanciai un grido di dolore. Ahimè! Uno scoppio di risa di mia moglie mi ridonò quell’acre voluttà che avevo già provato.

Mi lasciai spogliare dal crudele soldato che aveva bisogno di fustigare per eccitarsi.

Quando fui nudo l’alpino mi insultò chiamandomi cornuto, becco, cervo reale, e levando il frustino me lo abbatteva sul didietro; i primi colpi furono crudeli. Ma vidi che mia moglie prendeva gusto alla mia sofferenza e il suo piacere divenne il mio. Io stesso provavo piacere a soffrire.

Ogni colpo s’abbatteva come una voluttà appena violenta sulle mie chiappe. Il bruciore iniziale si era così trasformato in squisito vellicamento, e mi tirava. I colpi mi avevano ben presto strappato la pelle e il sangue che mi usciva dalle chiappe mi riscaldava stranamente. Tutto questo aumentò di molto il mio godimento.

Il dito di mia moglie s’agitava nella spuma che ornava la sua graziosa fica. Con l’altra mano scrollava il mio carnefice. I colpi all’improvviso raddoppiarono d’intensità, e sentii che per me il momento dello spasimo si stava avvicinando. Il mio cervello si esaltò; i martiri di cui la Chiesa si onora devono avere avuto di questi momenti.

Io mi alzai sanguinando e rizzando, e mi gettai su mia moglie. Né lei né il suo amante mi poterono fermare. Caddi fra le braccia della mia sposa e il mio membro non ebbe neppure il tempo di sfiorare i peli adorati della sua fica che scaricai lanciando orribili grida.

Ma immediatamente l’alpino mi strappò dal mio posto; mia moglie, rossa di rabbia, disse che occorreva punirmi.

Prese degli spilli e me li conficcò nel corpo, a uno a uno, con voluttà. Io lanciavo grida di dolore tremende. Chiunque avrebbe avuto pietà di me. Ma la mia indegna consorte si sdraiò sul letto rosso e, a gambe divaricate, tirò a sé il suo amante afferrandolo per l’enorme cazzo asinino, poi, scostandosi i peli e le labbra della fica, si affondò il membro sino ai coglioni mentre il suo drudo le mordeva i seni e io mi rotolavo come un folle sul pavimento, affondandomi sempre più profondamente nelle carni quegli spilli dolorosi.

Mi risvegliai tra le braccia della graziosa Ninette che accovacciata su di me mi toglieva gli spilli. Sentivo mia moglie, nella stanza accanto, bestemmiare e gridare godendo tra le braccia dell’ufficiale. Il dolore degli spilli che Ninette mi toglieva e quello che mi causava il godimento di mia moglie me lo fecero tirare atrocemente.

Ninette, l’ho già detto, era accovacciata su di me, la presi per la barba della fica e sentii l’umida fessura sotto il mio dito.

Ma ahimè! In quel momento la porta si aprì ed entrò un orribile bocia, ossia un aiuto-muratore piemontese.

Era l’amante di Ninette, e divenne furioso. Alzò la gonna della sua amica e si mise a picchiarla davanti a me. Poi si tolse la cintura e la fustigò con quella. Lei gridava:

“Non ho fatto l’amore col padrone”.

“È per questo”, disse il manovale, “che ti teneva per i peli del culo”.

Ninette si difendeva invano. Il suo grosso culo di bruna trasaliva sotto i colpi della cinghia che sibilava e fendeva l’aria come un serpente che si lancia all’attacco. Ben presto ella ebbe il didietro in fiamme. Doveva apprezzare quelle punizioni perché si voltò e, afferrando il suo amante per la patta, gliela slacciò e tirò fuori un cazzo e dei coglioni che, tutto compreso, dovevano pesare almeno tre chili e mezzo.

Il porcone rizzava come un maiale. Si distese su Ninette che incrociò le gambe sottili e nervose sulla schiena dell’operaio. Vidi il grosso membro entrare in una vulva vellutata che lo inghiottì come una pasticca e lo sputò fuori come un pistone. Furono lenti a godere e le loro grida si univano a quelle di mia moglie.

Quand’ebbero finito, il bocia tutto rosso si rialzò, e vedendo che io me lo menavo, mi insultò e riprendendo la cinghia mi fustigò da tutte le parti. La cinghia mi faceva un male terribile, poiché ero debole e non avevo più forza sufficiente per sentire piacere. La fibbia mi penetrava crudelmente nelle carni. Io gridavo: “Pietà!”.

Ma in quel momento mia moglie entrò col suo amante e, siccome un organetto di Barberia stava suonando un valzer sotto le nostre finestre, le due coppie discinte si misero a danzare su di me schiacciandomi i coglioni, il naso e facendomi sanguinare da tutte le parti.

Caddi malato. Ma fui vendicato, poiché il bocia cadde da un’impalcatura spaccandosi il cranio e l’ufficiale degli Alpini, avendo insultato un camerata, fu ucciso da costui in duello.

Un ordine di Sua Maestà mi richiamò a servire in Estremo Oriente, e lasciai mia moglie che tuttora continua a tradirmi».

Katach terminò così il suo racconto. Esso aveva infiammato Mony e l’infermiera polacca che era entrata verso la fine della storia e l’ascoltava, fremendo di una voluttà trattenuta.

Il principe e l’infermiera si precipitarono sul disgraziato ferito, lo scoprirono e, brandendo delle aste di bandiere russe, che erano state prese nell’ultima battaglia e giacevano sparse sul pavimento, si misero a battere il poveretto il cui didietro sussultava a ogni colpo. Delirava:

«Oh mia cara Florence, è ancora la tua mano divina che mi colpisce? Tu me lo fai tirare… ogni colpo mi fa godere… non scordarti di menarmelo… oh! Che bello. Questo colpo mi ha fatto uscire sangue… è per te che cola… mia sposa… mia tortorella… moschina mia cara…».

Quella puttana di un’infermiera colpiva come mai nessuno aveva colpito prima. Il culo del malcapitato si rialzava, livido e qua e là striato di un sangue pallido. Il cuore di Mony ebbe una stretta, riconobbe la propria crudeltà e il suo furore si rivolse contro l’indegna infermiera. Le sollevò la gonna e si mise a picchiarla. Quella cadde sul pavimento dimenando il suo culo di porca abbellito da un neo.

La batté con tutte le forze, facendole scaturire sangue dalle carni di seta.

Ella si rigirò gridando come un’invasata. Allora il bastone di Mony si abbatté sul suo ventre con un rumore sordo. Lui ebbe un’ispirazione geniale e, prendendo da terra l’altro bastone che l’infermiera aveva abbandonato, si mise a far rullare il tamburo sul ventre nudo della polacca. I pim seguivano i pam con una rapidità vertiginosa e il piccolo Bara, di gloriosa memoria, non suonò altrettanto bene la carica sul ponte d’Arcole.

Finalmente il ventre si lacerò; Mony batteva sempre, e fuori dell’infermeria i soldati giapponesi si andavano radunando, credendo di esser chiamati a raccolta. Nel campo i trombettieri suonarono l’allarme.

Ovunque si formarono gli schieramenti, e questo fu un bene per loro, perché i russi avevano scatenato una manovra offensiva e avanzavano verso il campo giapponese. Senza la stamburinata del principe Mony Vibescu il campo giapponese sarebbe stato preso. Quella fu d’altronde la vittoria decisiva dei nipponici. Essa è dovuta a un sadico rumeno.

Tutto a un tratto, degli infermieri entrarono nella tenda portando dei feriti. Così scorsero il principe che batteva sul ventre aperto della polacca. Videro il ferito sanguinante e nudo sul letto.

Si precipitarono sul principe, lo legarono e lo condussero via.

Un consiglio di guerra lo condannò a morte mediante fustigazione e nulla poté rendere più miti i giudici giapponesi. La domanda di grazia rivolta al mikado non ebbe alcun successo.

Il principe Vibescu accettò coraggiosamente la propria sorte e si preparò a morire da vero hospodar ereditario di Romania.

Capitolo nono

Il giorno dell’esecuzione arrivò, il principe Vibescu si confessò, si comunicò, fece testamento e scrisse ai suoi. Poi venne fatta entrare nella prigione una ragazzina di dodici anni. Ne fu stupito, ma vedendo che li lasciavano soli cominciò a palpeggiarla.

Era affascinante e gli disse in rumeno d’essere di Bucarest e che i giapponesi l’avevano presa nelle retrovie dell’armata russa, dove i suoi genitori erano mercanti.

Le era stato chiesto se voleva essere spulzellata da un condannato a morte rumeno e lei aveva accettato.

Mony le rialzò la gonna e le succhiò la fichetta rigonfia senz’ombra di peli, poi la sculacciò dolcemente mentre lei glielo scrollava. Quindi mise la testa del suo cazzo tra le gambe infantili della piccola rumena, ma non riuscì a entrare. Lei lo assecondava in tutti i modi, dando dei colpi di culo e offrendo ai baci del principe i suoi piccoli seni, tondi come mandarini. Mony entrò in furore erotico e il suo cazzo penetrò infine nella ragazzina distruggendone la verginità, facendone scorrere il sangue innocente.

Allora Mony si rialzò e, non avendo più nulla da sperare nella giustizia umana, strangolò la bimba dopo averle cavato gli occhi mentre ella lanciava spaventevoli grida.

A quel punto i soldati giapponesi entrarono e lo fecero uscire. Un araldo lesse la sentenza nel cortile del carcere che era un’antica pagoda cinese dalla meravigliosa architettura.

Il dispositivo era breve: il condannato doveva ricevere una vergata da ogni uomo appartenente all’armata giapponese di stanza in quel luogo. Tale armata contava undicimila unità.

E mentre l’araldo leggeva, il principe rievocò tutta la sua vita agitata. Le donne di Bucarest, il viceconsole di Serbia, Parigi, l’assassinio in sleeping car, la giapponesina di Port Arthur, tutto ciò gli venne a danzare nella memoria.

Un episodio si precisò. Ricordò il boulevard Malesherbes; Culculine che in abito primaverile trotterellava verso la Madeleine e lui, Mony, che le diceva:

«Se non faccio l’amore venti volte di seguito, che le undicimila vergini o le undicimila verghe mi puniscano».

Venti volte di seguito non l’aveva fatto, ed era venuto il giorno in cui undicimila verghe l’avrebbero punito.

Era a quel punto del suo fantasticare quando i soldati lo scossero e lo condussero davanti ai suoi carnefici.

Gli undicimila giapponesi erano schierati su due file, faccia a faccia. Ogni uomo teneva una canna flessibile. Mony venne spogliato, poi dovette entrare in quel viale crudele fiancheggiato da boia. I primi colpi lo fecero soltanto trasalire. S’abbatterono su una pelle vellutata e lasciarono dei segni rosso scuro. Sopportò stoicamente le prime mille vergate, poi cadde nel proprio sangue col cazzo inastato.

Lo misero allora su di una barella e la lugubre passeggiata riprese, scandita dai colpi secchi delle verghe che s’abbattevano su una carne tumefatta e sanguinante. Ben presto il cazzo non riuscì più a trattenere il getto spermatico e rizzandosi a più riprese sputò il suo liquido biancastro in faccia ai soldati, che sferzarono più forte quel brandello umano.

Al duemillesimo colpo Mony rese l’anima. Il sole era radioso; i canti degli uccelli manciù rendevano più gaio il mattino pimpante. La sentenza fu eseguita fino in fondo e gli ultimi soldati vibrarono i loro colpi di canna su di un ammasso informe, una specie di carne da salsiccia in cui non si distingueva più nulla salvo il viso, che era stato accuratamente rispettato e nel quale i grandi occhi vitrei, aperti, sembravano contemplare la maestà divina dell’aldilà.

In quel momento un convoglio di prigionieri russi passò vicino al luogo dell’esecuzione. Lo si fece fermare per impressionare i moscoviti.

Ma risuonò un grido, seguito da altri due. Tre prigionieri si slanciarono, non essendo affatto incatenati, e si precipitarono sul corpo del suppliziato che aveva appena ricevuto l’undicimillesimo colpo di verga. Si gettarono in ginocchio e abbracciarono, con devozione e fra le lacrime, la testa insanguinata di Mony.

I soldati giapponesi, per un momento stupefatti, si accorsero ben presto che se uno dei prigionieri era un uomo, anzi un colosso, gli altri due erano donne graziose in divisa militare. Erano infatti Cornabœux, Culculine e Alexine che erano stati catturati dopo la disfatta dell’armata russa.

I giapponesi dapprima rispettarono il loro dolore, poi, eccitati dalle due donne, si misero a stuzzicarle. Cornabœux fu lasciato in ginocchio presso il cadavere del suo padrone, mentre Culculine e Alexine, che si dibattevano invano, venivano spogliate.

I loro bei culi bianchi e agitati di graziose parigine apparvero ben presto agli sguardi meravigliati dei soldati. Costoro si misero a frustare dolcemente e senza rabbia quegli incantevoli posteriori che si dimenavano come lune ubriache, e quando quelle deliziose giovinette cercavano di rialzarsi, si vedevano di sotto i peli delle loro gattine col naso in aria.

I colpi fendevano l’aria e, cadendo di piatto ma non troppo forte, segnavano per un istante i culi grossi e sodi delle parigine, ma presto i segni svanivano per riformarsi nel punto in cui la verga aveva nuovamente colpito.

Quando furono eccitate a dovere, due ufficiali giapponesi le condussero sotto una tenda e le fotterono una decina di volte, da uomini resi famelici da una lunghissima astinenza.

Quegli ufficiali giapponesi erano dei gentiluomini di grande casato. Avevano compiuto missioni spionistiche in Francia e conoscevano Parigi. Culculine e Alexine non ebbero difficoltà a farsi promettere il corpo del principe Vibescu che, dopo essersi presentate come due sorelle, avevano fatto passare per loro cugino.

Tra i prigionieri c’era un giornalista francese, corrispondente di un giornale di provincia. Prima della guerra era stato uno scultore non privo di qualche merito, e si chiamava Genmolay. Culculine andò a trovarlo per pregarlo di scolpire un monumento degno della memoria del principe Vibescu.

La flagellazione era l’unica passione di Genmolay. Egli non domandò a Culculine che di fustigarla. Ella accettò e lo raggiunse, all’ora indicata, con Alexine e Cornabœux. Le due donne e i due uomini si misero nudi. Alexine e Culculine si sistemarono su un letto, con la testa in basso e il culo per aria, e i due robusti francesi, armati di verghe, presero a colpirle in maniera che la maggior parte dei colpi cadesse sulle fessure culine o sulle fiche, le quali, a causa della posizione, risaltavano mirabilmente.

Sferzando, si eccitavano a vicenda. Le due donne soffrivano il martirio, ma l’idea che le loro sofferenze stavano procurando a Mony una sepoltura degna le sostenne fino alla fine di quella prova singolare.

Poi Genmolay e Cornabœux si sedettero e si fecero succhiare i grossi cazzi pieni di linfa mentre con le verghe colpivano sempre i posteriori tremolanti delle due graziose ragazze.

Il giorno dopo Genmolay si mise all’opera. Terminò ben presto un monumento funebre sbalorditivo. La statua equestre del principe Mony lo sormontava.

Sullo zoccolo, dei bassorilievi rappresentavano le gesta del principe. Lo si vedeva, da un lato, mentre lasciava in pallone Port Arthur assediata e, dall’altro lato, era rappresentato come un protettore delle arti che aveva studiato a Parigi.

Il viaggiatore che percorre la campagna della Manciùria, tra Moukden e Dalny, scorge all’improvviso, non lontano da un campo di battaglia ancora disseminato d’ossa, una tomba monumentale in marmo bianco. I cinesi che lavorano là intorno la rispettano e la madre manciù, rispondendo alle domande del figlio, gli dice:

«È un cavaliere gigante che protesse la Manciuria contro i diavoli d’Occidente e d’Oriente».

Ma il viaggiatore, generalmente, si rivolge di preferenza a un casellante della transmanciuriana. Quella guardia è un giapponese dagli occhi a mandorla, che veste come un impiegato del PLM. Costui risponde modestamente:

«È un tambur-maggiore nipponico che decise la vittoria di Moukden».

Ma se, curioso di informarsi con più esattezza, il viaggiatore si avvicina alla statua, rimane a lungo pensoso dopo aver letto questi versi scolpiti sullo zoccolo:

Il principe Vibescu quaggiù giace

D’undicimila verghe unico amante

Le undicimila vergini, passante!,

Violare è meglio, fàttene capace.

Categorie: Libri

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