Punire o correggere

Pubblicato da Orizzonti Sconosciuti il

In tantissime relazioni BDSM, la formazione della sottomessa è una caratteristica fondamentale delle prime fasi della relazione stessa e, durante questa formazione, l’elemento cardine d’apprendimento è la disciplina.

Una delle prime domande che si pone una persona che si avvicina al BDSM con il ruolo di dominante, è quella di capire come poter imporre la disciplina in caso di bisogno, ossia cosa dover fare quando la sottomessa fa qualcosa di spiacevole, ignora un suo desiderio o viene meno ai doveri imposti durante la formazione.

Il dominante sa che quel comportamento indesiderato va corretto con una punizione, termine questo direttamente correlato alla disciplina e quindi alla formazione, ma come si punisce? Qual è la punizione perfetta per ogni determinato comportamento?

Per meglio rispondere a questa domanda, è utile paragonare la sottomessa ad un bambino che cresce e il dominante all’adulto responsabile della sua formazione. Poi capirete il perché.

Il bambino è follia diceva Rousseau, follia intesa come trasformazione, cambiamento, crescita.

Un bambino, durante la sua crescita, non apprende per concetti ma apprende per emozioni.

L’adulto deve quindi capire come poter riuscire a stimolare le giuste emozioni nel bambino al fine di riuscire a sostituire le proprie esperienze alle sue, affinché il modo di pensare, tutto ciò che viene ritenuto giusto, comportamenti e atteggiamenti inclusi, siano da quest’ultimo compresi al meglio.

Viene da sé che il ruolo svolto dall’adulto sia fondamentale nella crescita del bambino. Pertanto lo stesso dovrebbe comprendere, sin dall’inizio, che non dovrebbe mai lasciarsi coinvolgere dal punto di vista emotivo facendosi trascinare dall’ira o da questioni di principio, perdendo così di vista la sua funzione di educatore e andando a creare nel bambino paure e diffidenza nei suoi confronti e nei confronti del mondo intero. Dovrebbe invece fare sempre in maniera tale che il bambino non si senta mai minacciato da lui ma sia in grado di accogliere ogni cosa come l’opportunità più grande che potesse mai capitargli di poter imparare quella determinata cosa, sinora ignota, nella maniera più spontanea e naturale possibile.

Ma come si possono stimolare le giuste emozioni in un bambino?

Ignorandolo e lasciandolo libero di sbagliare e agire come meglio crede, senza mai interferire per punire o correggere i suoi errori sin tanto non li comprenderà e li correggerà da solo man mano che cresce e fa le sue esperienze?

Vero è che da solo può imparare qualsiasi cosa, impiegherà più tempo, tuttavia esiste anche il rischio che non apprenda la differenza tra i bene e il male e confonda il bene con l’immobilità e il male con l’attività.

Premiandolo ogni qualvolta i suoi comportamenti sono conformi al modo di essere dell’adulto?

Il premio non consente la comprensione, non crea l’emozione necessaria ma crea semplicemente un modello di comportamento non naturale creando nel bambino un bisogno di approvazione esterna da cui dipenderà nel giudicare il suo lavoro.

Minacciandolo prima che sbagli o commetta errori?

La minaccia induce il timore di subire un’ingiustizia ed ha come conseguenza un comportamento adottato solo per paura e non per comprensione.

Punendolo?

La punizione è semplicemente la conseguenza negativa di una risposta, è il contrario di una ricompensa, migliora solo apparentemente il comportamento e scatena ansia e paura, inoltre anch’essa non consente la comprensione dell’errore.

Come poter scatenare quindi quella giusta emozione senza creare timori, con il rischio di compromettere il suo sviluppo? senza mai dimenticare che premi e punizioni, come conseguenza di un determinato comportamento, sopprimono e offendono la spontaneità del bambino?

Come intervenire senza mai dimenticare che le posizioni estreme, ossia gli atteggiamenti troppo rigidi o troppo morbidi, non sono mai raccomandabili poiché diventano deleterie in ambito educativo e portano danno alla crescita?

Semplicemente distinguendo la tipologia di mancanza, ossia capire se il bambino, mettendoci comunque impegno, sbaglia o dimentica qualcosa in buona fede oppure, se avendo sin dall’inizio la consapevolezza dell’errore, lo commette con volontà e determinazione.

Infatti, anche se sbaglio ed errore sono considerati sinonimi, esiste una differenza sostanziale tra i due termini:

  • La parola sbagliare deriva da abbagliare, che a sua volta deriva da bagliore, ovvero dal latino “balium”, variante di phaliós ‘bianco, lucente’, quindi, con davanti la s- sottrattiva, il significato diventa “senza luce”: si sbaglia perché si viene privati della propria luce. Secondo altre definizioni sull’ etimologia del termine, la s iniziale è posta con accezione negativa e, il resto della parola sta per badaglio, derivato da badare, ne consegue che lo sbaglio è il non badare, la mancanza di attenzione. In entrambi i casi quindi il significato resta lo stesso, ossia incorrere involontariamente in un’inesattezza di valutazione o di giudizio.
  • La parola errore invece, trae origine dal latino error, derivazione di erro ossia vagare; in origine aveva il significato di sviamento ossia col valore di deviazione dalla giusta via, vale a dire deviare dal vero, allontanarsi dalla verità. Pertanto l’errore si verifica quando si giudica vero ciò che è falso o falso ciò che è vero viene cioè volontariamente e coscientemente dato assenso ad un proprio giudizio realizzando un collegamento tra la propria volontà e il proprio intelletto.

La differenza fra i due termini ci fa quindi capire che:

  • lo “sbaglio”, può essere definito come una devianza dovuta ad una disattenzione momentanea, una distrazione, disattenzione, inesattezza, svista, abbaglio, ed è quindi un atto che non dipende dalla volontà;
  • il concetto di “errore” si riferisce ad una devianza stabile e sistematica, è un allontanamento dai principi logici, dalle cognizioni o dalle regole comunemente accettate, è quindi un atto compiuto volutamente e deliberatamente.

Quindi, se il bambino sbaglia o dimentica qualcosa in buona fede, ma mettendoci comunque impegno, non deve essere punito bensì corretto. Le correzioni hanno sempre uno scopo didattico, stimolano un’emozione, rendono comprensibile l’errore e soprattutto non creano timori.

Qualora invece l’errore del bambino sia volontario allora deve essere punito poiché viene meno la necessità della comprensione da parte sua infatti, a monte, c’era già la consapevolezza dell’errore commesso.

Ma concretamente, qual è la differenza tra punizione e correzione?

In pedagogia, la correzione è il perfezionamento di un determinato atteggiamento assunto da un bambino, che può avvenire a seguito o della comprensione della mancanza commessa grazie all’aiuto dell’educatore che lo sostiene con gli opportuni interventi, oppure a seguito di un suo continuo esercitarsi finalizzato al miglioramento. Ed è solo a questo punto che il bambino diventa in grado di assumere il “controllo dello sbaglio” commesso e sarà in grado in futuro di non commetterlo più.

Quindi la correzione può essere definita come il metodo educativo, adottato dall’adulto, che consente al bambino di poter riconoscere da solo lo sbaglio fatto affinché in futuro riesca a controllarlo ed evitarlo senza alcun aiuto.

La punizione (castigo) invece è un metodo educativo di correzione che viene applicato a seguito di un comportamento scorretto, è del tutto analogo alla pena inflitta all’adulto resosi responsabile di un illecito o di un reato. Può essere sia corporale che non corporale.

Se adesso andiamo a trasferire questi concetti in una relazione BDSM, e sostituiamo l’adulto educatore con il Dominante e il bambino con la sottomessa, avremo molto più chiaro quali sono gli atteggiamenti più giusti da adottare, in caso di bisogno, durante la formazione della sottomessa qualora questa commetta delle mancanze.

In questo modo si comprende facilmente che le punizioni sono, o meglio dovrebbero essere, una soluzione d’adottare molto di rado poiché, man mano che la relazione cresce, accresce di riflesso la fiducia  che la sottomessa ha nei confronti del Dominante e delle sue scelte. Poiché, passo dopo passo, la stessa ha avuto modo di comprendere, grazie a lui, quali sono gli sbagli che potrebbe commettere è ora in grado di autocorreggersi da sola prima ancora di commetterli dal momento che, giorno dopo giorno, ha acquistato sempre più fiducia in se stessa, sia come donna sia nel ruolo in cui s’identifica.

Inoltre, questa fiducia abbinata sia alla certezza di essere sempre compresa dal Dominante, sia alla sicurezza che lui sappia agire sempre nel miglior modo possibile nei suoi confronti, fanno sì che il Dominante diventi per lei l’opportunità più grande che potesse mai capitargli nella vita per crescere e, pertanto, si affiderà a lui sempre di più.

Ma visto che la sottomessa desidera già di suo compiacere il dominante, perché commette degli errori? È realmente sempre e solo colpa sua?

La formazione, e quindi la disciplina, è un insegnamento trasmesso dal Dominante alla sottomessa, il cui scopo è quello di sviluppare le sue abilità, migliorare i suoi comportamenti, adeguarla alle sue preferenze e migliorarla fisicamente e moralmente affinché sia in grado di raggiungere facilmente i propri obiettivi personali, quindi, di conseguenza, va a scoraggiare tutti quei comportamenti, compresi i modi di pensare e agire, non ritenuti dallo stesso idonei.

Partendo quindi dal presupposto che la formazione è impartita dal dominante, quando la sottomessa commette un errore, escludendo i casi di dominazione dal basso, la responsabilità principale dell’errore stesso è quasi sempre in capo al dominante e non alla sottomessa perché o non è stato in grado di far comprendere bene quella determinata regola imposta, o perché quell’errore potrebbe essere in realtà l’espressione di un disagio avvertito o di un altro malessere che lui non è stato in grado di percepire.

Quindi prima d’intervenire, un dominante dovrebbe porsi in maniera obiettiva alcune domande e capire perché sia accaduto, dovrebbe chiedersi se c’è stato un errore di comunicazione da parte sua, o se l’istruzione impartita fosse incompleta,  se ha dato per scontato qualcosa che in realtà non lo era oppure se le sue aspettative fossero troppo alte e così via.

Qualora non trovi risposta alle sue domande, entra in campo anche la responsabilità della sottomessa: perché lei non è intervenuta per far presente un eventuale problematica? Le risposte potrebbero essere molteplici ma, in ogni caso, la responsabilità diventa reciproca per cui non può essere imputata solo alla sottomessa e scaricare cosi su di lei anche le proprie responsabilità.

Lei diventa l’unica responsabile, solo ed esclusivamente in caso di disobbedienza o mancanza di rispetto. Ed è solo in questi due casi che commette degli errori; negli altri casi sono sempre e solo degli sbagli.

Come può essere inflitta una punizione?

La prima considerazione da fare è che la punizione non deve essere un momento di gioco SM poiché il gioco è un’attività di intrattenimento finalizzata al divertimento, mentre, la punizione ha solo uno scopo didattico d’apprendimento come conseguenza di una grave mancanza commessa. La punizione deve essere un qualcosa a sé stante, distaccata da tutto il resto, che non deve piacere alla sottomessa e, di fatto, neanche al dominante il quale, impartendola, dovrebbe rammaricarsi.

Inoltre, essa non dovrebbe essere mai dolorosa, o quantomeno dovrebbe esserlo il meno possibile, e non deve essere mai impartita nei momenti d’ira poiché con uno stato psichico alterato si generano sentimenti di collera sbagliati che facilmente portano a commettere errori di valutazione, se non addirittura una facile aggressività.

Una punizione va sempre motivata nelle sue origini e spiegata nelle modalità in cui sarà impartita alla sottomessa prima di essere inflitta.

Premesso ciò, la punizione non deve essere necessariamente fisica ma può essere anche materiale (ossia la privazione di un qualcosa o il divieto di fare qualcosa), morale (sfrutta il dispiacere causato nel dominante e/o i sensi di colpa scatenati) o emozionale (ossia umiliante e/o denigrante). Per quest’ultima è il caso di specificare che va sempre praticata esclusivamente nei confronti del ruolo ricoperto e mai della persona stessa.

Infine, nonostante l’esempio iniziale, non bisogna dimenticare che la sottomessa è una persona adulta, dotata di un proprio intelletto, un proprio carattere ed una propria personalità, caratteristiche queste che hanno fatto la differenza nel momento della scelta del partner, per cui lei non è, e non sarà mai, un burattino nelle mani del dominante o un bambino a cui bisogna dire sempre ogni cosa, e soprattutto non va mai dimenticato che il BDSM altro non è che un gioco consensuale fra due persone adulte.

Categorie: B.D.S.M.

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